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venerdì 31 maggio 2013

Italia/Ue: l’Unione tra cabotaggio e mare aperto

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 31/05/2013

C’è un’Europa che fa cabotaggio di porto in porto, cioè di Vertice in Vertice: che prova a lasciarsi alle spalle la crisi e vorrebbe puntare su crescita e lavoro, ma che si sente vincolata al risanamento ed al rigore. E c’è un’Europa che si dice pronta a prendere il largo in mare aperto, facendo rotta su mete lontane, anche se il mare resta grosso e lo scafo, uscito squassato dal fortunale, avrebbe bisogno di rattoppi.

Quale delle due Europe riuscirà ad andare più lontano, è difficile ora dirlo. Quella del cabotaggio rischia poco, ma va avanti piano; e l’equipaggio a bordo, già provato da privazioni e sofferenze, manca d’entusiasmo. Quella del mare aperto può prendere velocità, se s’alza il vento, ma è tutta sinistri scricchiolii; e l’equipaggio è bianco di paura.

L’Europa del cabotaggio era oggi di scena a Roma, dove il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha avuto incontri istituzionali e un colloquio col premier Enrico Letta. L’Italia –dice Letta- vuole mettere in campo misure per la crescita e per l'occupazione dei giovani, ma stando "entro le regole di bilancio che ci siamo dati" a livello europeo, cioè non sforando il 3% del deficit. L’Unione –dice Van Rompuy- non si sente più minacciata, perché la fiducia dei mercati è tornata, ma resta “fondamentale” perseguire il risanamento dei conti: l’Italia deve andare avanti “sulla via delle riforme e della crescita”.

Messaggi di per sé contraddittori, non tra di loro, ma ciascuno al proprio interno. Van Rompuy e Letta guardano entrambi al Vertice europeo di fine giugno, preparano l’uno un piano europeo sull'occupazione giovanile in cinque punti, l’altro un piano nazionale. Ma entrambi sanno di non avere i mezzi per realizzarli, nell'attuale contesto dei bilanci e delle strategie europee.

L’Europa del mare aperto era di scena ieri a Parigi, dove il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel mettono anch'essi la prua su crescita e occupazione, senza però preoccuparsi delle contraddizioni tra rigore e crescita, ma progettando un balzo in avanti istituzionale verso un “governo di Eurolandia” i cui poteri e la cui forma restano da definire.

Forse, è solo un modo di aprire un nuovo cantiere e, quindi, di prendere tempo, in attesa che il voto in Germania il 22 settembre liberi la Merkel da condizionamenti politici a breve termine. Ma c’è almeno una prospettiva di rafforzamento dell’integrazione che rianima gli europeisti superstiti,  pronti a sostenere l’appello di Jacques Delors e Gerhard Schroeder: “Cara Merkel, aiuta l’Europa” ed a chiedere che il Parlamento europeo che uscirà dalle elezioni del maggio 2014 abbia la funzione di “convenzione costituente” per l’Unione politica.

giovedì 30 maggio 2013

Italia/Ue: ok chiusura procedura, Italia sotto esame e senza tesoretto

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013

L’Italia esce da dietro la lavagna dei somari dell’Ue e torna a sedersi fra i banchi con i buoni allievi della classe europea: non è più tempo di Piigs. La sentenza della Commissione di Bruxelles, che chiude la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, deve essere avallata dall’Ecofin, il Consiglio dei Ministri delle Finanze dei 27, e benedetta dal Vertice europeo, a fine giugno: passerà i controlli, ma è accompagnata da commenti cauti e qualche riserva.

A decisione annunciata, il presidente dell’Esecutivo comunitario Manuel Barroso e il responsabile degli affari economico-finanziari Olli Rehn tirano il freno: Barroso invita l’Italia a non rilassarsi, perché il debito resta molto alto e ha problemi di competitività (“C’è un sacco di lavoro da fare”, avverte); e Rehn nota che le recenti decisioni  sul pagamento dei debiti della P.A. con le imprese, riducono i margini di manovra per investimenti produttivi, perché il deficit di bilancio si mantiene, nelle previsioni, sotto il 3%, ma già lo sfiora al 2,9%. Pure Antonio Tajani, il commissario italiano, che ‘tweetta’ la notizia a riunione in corso, ammette che l’Italia ha solo “superato gli scritti” e deve ancora “dare gli orali”.

Fuori contesto, parlando a Lussemburgo, il commissario all'energia Guenther Oettinger, che non ha voce in capitolo, ma è tedesco e non è l’ultimo venuto nel ‘team Barroso’, dice che l’Italia, come Bulgaria e Romania –che bella compagnia!- è “quasi ingovernabile”. Le parole di Oettinger, che se la prende pure con Francia e Gran Bretagna, rimbalzano, amplificate, sulla Bild tedesca  e diventano un ‘j’accuse’: "Invece di combattere la crisi economica e del debito, l'Europa celebra i riti del buonismo e si comporta come un istituto di rieducazione". E che cosa mai dovrebbe essere?, un carcere?

Ignorando Oettinger, da cui Berlino si dissocia, la Commissione, come previsto, dà l’ok alla chiusura della procedura contro l'Italia (e altri quattro Paesi dell’Ue, ma non dell’euro: Lettonia, Lituania, Ungheria e Romania), durante la riunione per varare le raccomandazioni di bilancio e politica economico-finanziaria modulate per 23 Stati più la Croazia –Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro sono attualmente sotto tutela Ue-.

La procedura contro l’Italia risaliva al 2009, quando i conti pubblici avevano sforato il tetto del 3% del rapporto deficit/pil previsto dai parametri di Maastricht. La chiusura avviene perché il deficit, secondo le attuali previsioni macroeconomiche, dovrebbe restare - anche se di poco - sotto la soglia del 3% quest'anno e pure il prossimo. Nel 2014, il disavanzo dovrebbe oscillare tra l’1,8 e il 2,5%, lasciando, quindi, margini d’investimento maggiori .

A Palazzo Chigi, il premier Enrico Letta evita ogni trionfalismo: esprime “grande soddisfazione” e rende l’onore delle armi al suo predecessore (“Il merito è del Governo Monti”). Lui rinnova l’impegno “a rispettare gli obblighi assunti in sede europea e ad applicare il programma”, sul quale gli è stata votata la fiducia. Nel Parlamento europeo, il sospiro di sollievo è generalizzato, ma Gianni Pittella, vice-presidente vicario, sottolinea: “Non è una panacea”.

L'Italia resta, del resto, una 'sorvegliata speciale'. La Commissione rivolge precise raccomandazioni al Governo Letta: andare avanti sulla strada delle riforme strutturali, migliorare il sistema bancario,  rendere più flessibile il mercato del lavoro, spingere sulle liberalizzazioni, snellire la burocrazia e riformare la giustizia civile per dare più certezza agli investitori.

Nel governo, tutti d’accordo: l’attenzione va alla crescita e all'occupazione, alle spese strutturali e non a quelle correnti. Il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato, a un Consiglio dell’Ue, dice che le raccomandazioni di Bruxelles ricalcano il programma del governo. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi invita “a non ricominciare a spendere oltre i limiti, ma a programmare investimenti”.

Fra tabnti echi positivi, a sorpresa borsa giù e spread su. Del resto, le cifre dicono che, nell'immediato, cambierà poco per la spesa pubblica: al massimo, nel 2013, qualche investimento mirato. Il ‘tesoretto’ potrà forse saltare fuori nel 2014, se l’Italia non fa prima autogol. 

martedì 28 maggio 2013

Italia/Ue: verso chiusura procedura, assalto al tesoretto che non c'è ancora

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/05/2013
Pare un concorso a premi: l’Italia non ha ancora incassato la chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo -e ne avrà la certezza definitiva solo a fine giugno-, ma il premier Letta è già sommerso di richieste su come spendere un ‘tesoretto’ che non c’è e che nessuno sa calcolare con precisione. Parlano ministri, esponenti della maggioranza, anche leader dell’opposizione: il ministro del lavoro Giovannini, a Bruxelles per un Consiglio dei Ministri dell’Ue, annuncia che ci saranno “più risorse per il lavoro”; il ministro degli affari regionali Delrio dice che i miliardi disponibili (“tra i 7 e i 12”, alla faccia della precisione) serviranno “per il lavoro e per la casa”. E il presidente di Confindustria Squinzi chiede di pagarci i debiti della PA con le aziende.
Scelta Civica fa propria la decisione della Commissione: “Si vedono i frutti del Governo Monti”. E i ‘falchi’ Pdl, da Brunetta a Gasparri, ne traggono lo spunto per dare per morta la “cattiva Europa” e per chiedere “stop al rigore”. Proprio mentre il commissario europeo italiano Tajani (Pdl) avverte che “l’Italia ha superato gli scritti, ma non ancora gli orali”.
Tutti paiono ignorare due dati di fatto: 1) che la decisione della Commissione, ieri passata al vaglio dei capi di gabinetto dei membri dell’Esecutivo di Bruxelles, sarà condita da raccomandazioni pro rigore e riforme; 2) che la chiusura della procedura, pur importante, non avrà impatto a breve. Gli effetti non si vedranno prima del 2014: lo ha ammesso lo stesso Letta, incontrando  le Regioni a Palazzo Chigi e parlando di una decisione “positiva”, ma solo “in prospettiva”.
Nelle parole del premier, ci può essere una forzatura tattica, per evitare l’assalto alla diligenza delle richieste. Ma c’è molto di vero: la riammissione dell’Italia tra i Paesi virtuosi dell’Unione europea, quelli, cioè, capaci di tenere il deficit di bilancio al di sotto del 3% quest’anno e il prossimo, non significa che i nuovi spazi per la finanza pubblica siano immediatamente utilizzabili.
I passi da fare sono ancora molti. E gli sforamenti del tetto di deficit previsto dal Patto di Bilancio dovranno essere volta a volta autorizzati dall’Esecutivo di Bruxelles, che –ad esempio- è favorevole alla tassazione sulla casa –e quindi non all’abolizione dell’Imu- e sui consumi –e, quindi, all’aumento dell’Iva- e vede, invece, di buon occhio la riduzione della fiscalità su imprese e lavoro.
Il documento elaborato dai funzionari collega la chiusura della procedura al rispetto di una serie di raccomandazioni. Sei, per l’esattezza: il consolidamento del bilancio statale, l’efficienza della macchina della Pa, la riorganizzazione del sistema bancario, l’attuazione della riforma sul mercato del lavoro, il rilancio della formazione dei lavoratori e, infine, la riduzione della pressione fiscale.
Secondo il calendario del Semestre europeo, che regola questo rito, la decisione della Commissione sarà ufficiale domani, nell’ambito della presentazione delle raccomandazioni di politica economica: un documento corposo, cui hanno lavorato schiere di funzionari, e che riguarda tutti i Paesi dell’Ue e la Croazia, che entrerà nell’Unione il 1.o luglio, tranne Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro, che sono attualmente ‘sotto tutela’.
La raccomandazioni saranno poi trasmesse al Consiglio dei Ministri dell’Ue, che avrà circa un mese per analizzarle, discuterle e approvarlo definitivamente, tra fine di giugno e inizio di luglio, forse dopo il Vertice europeo del 27 e 28 giugno, cui potrebbero approdare casi spinosi.
La chiusura della procedura consentirà l’avvio di negoziati tra Roma e Bruxelles, perché l’apertura di spazi d’investimento non è automatica: l’Italia potrà chiedere deroghe per investimenti giudicati produttivi, e non per la spesa corrente, e discuterne con i servizi della Commissione.
Insomma, il denaro in questione non sarà disponibile subito: per mettere mano al ‘tesoretto’, bisognerà attendere almeno qualche mese. Se ne parla, se va bene, dopo l’estate. E poi bisogna capire quante possano essere le risorse disponibili: si arriva nelle stime fino a 12 miliardi di euro, ma non è detto che l’Ue dia via libera a tutti gli interventi che le saranno sottoposti.
Così, resta il problema di trovare a breve copertura a una trafila d’interventi progettati, alcuni, come quelli sull’Imu –fino a 4 miliardi- e sull’Iva -2 miliardi- non in linea con la visione di Bruxelles.

lunedì 27 maggio 2013

Italia/Ue: verso chiusura procedura e sblocco tesoretto, ma a condizioni

Scritto per EurActiv ed Il Fatto Quotidiano del 27/05/2013

Con tre giorni di anticipo sulla scadenza annunciata del 29 maggio, la Commissione europea fa trapelare da Bruxelles l’intenzione di proporre ai 27 dell’Ue, mercoledì, di chiudere la procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. L’indicazione sta nelle raccomandazioni all'Italia che l’Esecutivo comunitario discuterà e, in linea di massima, approverà mercoledì. L’ok alla chiusura della procedura non è, però, un via libera senza condizioni alla spesa pubblica: esso, infatti, si accompagna, alla richiesta di mantenere la rotta del risanamento dei conti pubblici.

Le intenzioni della Commissione, intercettate dall’ANSA, non colgono di sorpresa Palazzo Chigi, perché erano nell'aria, dopo che Bruxelles aveva lodato le prime mosse praticamente a costo zero del Governo Letta, che avevano mantenuto il deficit di bilancio italiano sotto la soglia del 3%. Ma vengono ovviamente accolte con soddisfazione: "Finalmente – si nota - una buona notizia”, pur se la prudenza suggerisce di attendere la formalizzazione della decisione.

Prima di andare al vaglio della Commissione, le raccomandazioni dei collaboratori del responsabile degli affari economici e monetari Olli Rehn saranno oggetto di un approfondimento tecnico, oggi, da parte degli sherpa dei 27 commissari.

In concreto, che cosa significa la chiusura della procedura d’infrazione? L’Italia potrà finalmente sfruttare i margini di manovra sugli investimenti produttivi aperti di recenti dall'Unione europea, ma riservati a chi ha i conti in ordine. Attenzione!, però: chiudendo la procedura Bruxelles non scoperchia il vaso di Pandora, perché gli sforamenti andranno prima comunque discussi con gli interlocutori comunitari.

Diverse le stime sull’impatto del provvedimento: secondo alcuni, potrebbe sbloccare circa 12 miliardi di investimenti produttivi da destinare, in primo luogo, alle infrastrutture. Altri, invece, stimano il tesoretto a 8 miliardi. E i finanziamenti pubblici italiani potranno essere co-finanziati dagli strumenti comunitari.

Con l’ok alla chiusura della procedura per deficit eccessivo, Bruxelles certificherà che il programma d'azione presentato dal Governo Letta consente all'Italia di restare al di sotto della soglia del 3% nel rapporto deficit-Pil sia quest'anno che nel 2014 –un programma d’azione che, al momento, prevede l’Imu e l’aumento dell’Iva-. Sullo spazio di manovra, seppure limitato, che si aprirà gravano, quindi, parecchie ambiguità.

Sono sei le raccomandazioni che la Commissione potrebbe rivolgere formalmente all'Italia mercoledì: la prima riguarda il proseguimento dell'azione di consolidamento del bilancio –si tratta, cioè, di rispettare gli impegni presi-; le altre insistono tutte sull'esigenza di andare avanti il processo di riforme giudicato essenziale per ridare slancio alla crescita del Paese e quindi all'occupazione –purtroppo, non nell'immediato-. A leggerle, molti penseranno “la solita solfa”: aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione e la produttività del sistema bancario nazionale; accrescere ancora la flessibilità del mercato del lavoro, agendo pure sulle scelte per la formazione dei lavoratori; ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese; aprire di più alla concorrenza i servizi.

domenica 26 maggio 2013

Terrorismo: dopo Londra, soldato attaccato a Parigi, copy-cat e recrudescenza

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 26/05/2013

Un soldato accoltellato a Parigi; e subito scatta la caccia al nordafricano che l’avrebbe aggredito. Il militare non è grave, ma l’episodio è troppo vicino al massacro per strada a Londra di un soldato britannico, ad opera di due connazionali convertiti all’Islam, per non fare sospettare un atto d’emulazione. Ma l’aggressione potrebbe pure essere collegata all’intervento francese in Mali del marzo scorso: le milizie legate ad al Qaida che stavano avvicinandosi alla capitale Bamako sono state ricacciate nel nord del Paese e nel Sahara.

L’aggressione a Parigi è avvenuta poco prima delle 18.00. Il militare, che era di pattuglia all’Arco della Defense a Parigi, in una zona di snodo tra la metro e l’area commerciale, è stato colpito alla gola con un taglierino da un uomo che si è poi dato alla fuga. Il soldato faceva parte della struttura di prevenzione del terrorismo Vigipirate.

Testimoni descrivono l’aggressore come un uomo d’origine nordafricana, sui 30 anni, barba e giacca scura. Il presidente francese François Hollande, che è ad Addis Abeba per il 50° anniversario della Lega Araba, ha subito condannato l’episodio, ma non ha fatto nessuna ipotesi sulla matrice: “Seguiamo tutte le piste”, ha detto. Secondo gli inquirenti, il ferito, soccorso da due commilitoni, ha perso molto sangue, ma se la caverà.

Le cronache del terrorismo si sono intensificate, nelle ultime settimane: seguono la geografia delle guerre all’integralismo dall’Iraq all’Afghanistan fino al Pakistan, qui con una forte componente di violenza politica, intorno alla recenti elezioni; ma ripercorrono pure a ritroso gli scenari delle sfiorite Primavere arabe; e da Boston a Londra e ora a Parigi riportano la minaccia degli attentati nel cuore dell’Occidente, dentro Paesi e città già duramente colpiti in passato.

L’allarme terrorismo ha investito persino la finale di Champions disputata a Londra, a Wembley: l’allerta è scattata in Germania, dove l’intelligence ha messo in guardia le forze dell’ordine dal rischio di attentati davanti ai maxi-schermi –la sfida coinvolgeva due squadre tedesche, il Bayern di Monaco e il Borussia di Dortmund-. La sorveglianza è stata intensificata.

E mentre il terrorismo inanella i suoi attacchi, il conflitto in Siria, che polarizza tutte le tensioni del Grande Medio Oriente,  appare al bivio: s’alza il libello dello scontro militare, con il coinvolgimento crescente delle milizie ispirate da al Qaida; e si fa più affannosa la ricerca d’una via d’uscita diplomatica, con una soluzione di transizione.

Mettiamo insieme i fatti salienti dell’ultima settimana. Sabato 25, ieri, in Pakistan,  nel Punjab, un’esplosione in un deposito di gas per autobus uccide almeno 17 bambini tra i 10 e i 12 anni e ne ferisce molti altri: un incidente, o forse un sabotaggio.

Venerdì, il 24,  Kabul è teatro di una vera e propria battaglia tra talebani e forze regolari e dell’Isaf: molti i morti sul terreno, fra i feriti più gravi Barbara De Anna, una funzionaria dell’Onu che ora lotta per la vita nell’ospedale americano di Ramstein in Germania.

Nei giorni precedenti, una serie impressionante di attentati in Iraq,  dove una decina di autobomba a Baghdad, a Kirkuk, a Bassora e nel Nord, fanno oltre cento vittime e centinaia di feriti, specie nei quartieri sciiti. E lunedì 20 due autobomba esplodono a Makhachkala in Daghestan: provocano una decina di vittime. Terrorismo caucasico, affermano le autorità.



Non c’è un filo rosso evidente che collega i diversi episodi. Ma l’intensificarsi degli attacchi mette in forse una percezione da tempo diffusa: che al Qaida non abbia più la capacità di coordinare le iniziative delle sue cellule e che esse agiscano in modo autonomo, quando ci riescono più che quando vogliono farlo.

E’ vero che i contesti locali sono estremamente diversi. E che l’Occidente appare più esposto a minacce autoctone che esterne. Ma, per come è stata condotta in questi 12 anni, e soprattutto per come venne impostata dall'Amministrazione repubblicana di George W. Bush, la guerra dell’Occidente al terrorismo pare avere generato più terrorismo di quanto ne abbia debellato.

sabato 25 maggio 2013

Guantanamo: da Cuba allo Yemen, Obama e la promessa (di chiuderlo) mancata

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/05/2013

Era una delle promesse elettorali del candidato Obama, quello del 2008,  che erano subito piaciute un sacco –più in Europa che in America, a dirla tutta-: chiudere Guantanamo, la prigione simbolo del disprezzo dei diritti dell’uomo e della legalità nella guerra “totale” al terrorismo di Bush junior.

L’Obama messianico di quella campagna riscattava la rozzezza ideologica e la mediocrità operativa dell’Amministrazione repubblicana. Diceva che la chiusura sarebbe avvenuta “entro un anno”. L’anno è passato; e ne sono passati pure quattro. E siamo già al secondo mandato: Guantanamo è ancora lì, con i suoi detenuti –un po’ meno di prima, ma sempre tanti, 186- in attesa di giudizio o anche solo di un capo d’imputazione, di una ragione per essere tenuti prigionieri come “combattenti nemici”.

Alcuni pochi, sono stati giudicati; altri, di più, sono stati trasferiti nei Paesi d’appartenenza, fra molti imbarazzi, perché a volte pare di darli a carnefici mentre altre volte i governi non sanno bene che cosa farne, perché tenerli in prigione non c’è motivo –o magari c’è, ma s’ignora quale- e metterli subito in libertà pare uno sgarbo agli Usa.

L’ultima idea pare una toppa peggio del buco: mandarli nello Yemen, chiudere cioè la Guantanamo di Cuba ed aprirne una nel Golfo. Una cosa da Ponzio Pilato, mica una cosa dall’Obama del nuovo sogno americano. Come dire: “Di questi uomini, io, Barack, noi, l’America, tutti noi, l’Occidente, ce ne laviamo le mani. Incapaci di trattarli secondo giustizia, la nostra, li consegniamo a una giustizia dubbia e ‘minore’, che tutti noi consideriamo, magari per preconcetto, meno garantista della nostra, certo meno attenta alla tutela dei diritti dell’uomo. Che ciascuno si chieda: compio un reato e posso scegliere se finire in prigione negli Usa oppure nello Yemen; dove vado?

Senza contare che, persino nell’interpretazione più bieca della protezione contro il terrorismo, lo Yemen, per quanto le cose possano esservi mutate negli ultimi anni –e ne sono solo in parte convinto-, resta uno stato poroso alle infiltrazioni di al Qaida e dell’integralismo, letteralmente impregnato di tentazioni terroristiche (non a caso, gran parte dei 186 di Guantanamo ne sono originari). Gli Stati Uniti vi hanno giù subito attacchi, cominciando da quello pre 11 Settembre 2001 all’incrociatore Cole all’ingresso nel porto di Aden.

Nel discorso di Obama di giovedì, si riconosce a tratti il candidato 2006, anche se quest’uomo invecchiato e ingrigito non ne ha più lo slancio e, forse, la convinzione “Basta con la guerra al terrorismo illimitata”, dice proprio dopo l’attentato di Londra che potrebbe indurre a toni opposti. E rimette la Cia a fare intelligence, più che a compiere omicidi. Però, l’idea di ‘trasferire’ Guantanamo senza davvero chiuderla –e facendone pesare più il costo sul bilancio che quello sulle coscienze- e la limitazione, ma non la sospensione, dell’uso dei droni in missioni killer sono concessioni alla realtà e negazioni del sogno.

Obama sa e dice che, se combattiamo i terroristi violando le nostre stesse leggi, rischiamo di tradire i nostri valori e finiamo con il fare il gioco dei terroristi. Però tra il dire e il fare ci resta un mare: il presidente ribadisce l’impegno a chiudere Guantanamo, ma aggiunge che riuscirci è “difficile”; e riconosce la discutibilità dell’uso dei droni in missioni killer, ma non lo blocca.

giovedì 23 maggio 2013

Ue: Vertice, il battesimo di Letta con acqua fresca e una (piccola) incertezza

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/05/2013

D’accordo per agire, ma non subito, sul fisco, accelerando la lotta contro l’evasione, e l’energia. E d’accordo per vedersi di nuovo e decidere –allora o più tardi- sulla crescita e l’occupazione. Sarà vero, come dice Enrico Letta, premier esordiente, ma già con il lessico del veterano, che la sua linea “è passata”, ma misure concrete per la “massima priorità” dell’Italia e dell’Unione, cioè il lavoro dei giovani, non ce ne sono –né, a dire il vero, erano attese-.

Il Vertice straordinario sforna, come spesso accade, un calendario di appuntamenti: i leader hanno di nuovo appuntamento a Bruxelles a fine giugno, per parlare –allora sì- di crescita e occupazione; e inoltre ordinano ai ministri del lavoro dei 27 di vedersi a Berlino il 3 luglio per mettere a confronto “le migliori pratiche” per il lavoro giovanile.

L’incontro in Germania, al di fuori delle liturgie comunitarie, appare un artificio per mascherare, con la frequenza delle riunioni, la rarefazione e l’inconsistenza delle decisioni prese (o, meglio, rinviate). Perché tutti sanno che, almeno fino alle elezioni tedesche del 22 settembre, è difficile immaginare un’azione europea di ampio respiro su crescita e occupazione. La cancelliera Merkel e il presidente Hollande ne parleranno a tu per tu prima della prossima ‘messa cantata’ corale.

A conti fatti, il Consiglio europeo del debutto del premier Letta è stato poco più che acqua fresca, pur se i leader sono concordi nel darne giudizi positivi. Letta ammette “l’emozione del battesimo”; dice di non temere le “fibrillazioni della maggioranza”; spera di evitare “l’aumento dell’Iva”; e, soprattutto, aspetta, facendo melina, che la Commissione europea, il 29 maggio, chiuda la procedura d’infrazione contro l’Italia per eccesso di deficit. A quel punto, forse qualche soldo potrà spenderlo.

... vedi altro pezzo ... Il premier torna a casa con un carnet da debuttante al ballo: a fine maggio, riceverà a Roma il presidente del Consiglio Van Rompuy; poi, lui andrà a Londra. Ai partner, Letta dice che la priorità dell’Ue deve essere il lavoro ai giovani. Ai giornalisti,  riferisce che la linea italiana “è stata accolta” e giudica “un buon inizio” il suo esordio, nonostante un'incertezza da debuttante gli faccia mancare una stretta di mano con la Merkel. Ma mentre negli Stati Uniti il presidente della Fed Bernanke afferma che “la ripresa va aiutata” e s’impegna a non ridurre gli stimoli, a Bruxelles i leader dell’Ue s’accontentano di inanellare le riunioni.


mercoledì 22 maggio 2013

Ue: Vertice, accordo su fisco e energia, sul lavoro solo un calendario

Scritto per EurActiv il 22/05/2013

Da un Vertice straordinario, appena conclusosi, a un altro, appena convocato –ma subito declassato a livello di ministri del lavoro-. Passando per un Vertice di routine. Tre appuntamenti in 50 giorni sull’agenda dei leader dei 27, che mascherano, con la frequenza delle riunioni, la rarefazione e l’inconsistenza delle loro decisioni.

Oggi, a Bruxelles, il Consiglio europeo dell’esordio del premier italiano Enrico Letta è stato poco più che acqua fresca, anche se tutti i leader sono stati concordi nel darne giudizi positivi. E Letta ammette “l’emozione del battesimo”.

Le conclusioni, che erano già pronte e dovevano solo essere approvate, indicano l’intenzione d’accelerare la lotta all’evasione, adottando “entro la fine dell’anno” una direttiva sui risparmi, finora frenata da Austria e Lussemburgo, e d’avviare “il prima possibile” negoziati con la Svizzera: l’obiettivo è quello di condividere le informazioni sui depositi bancari e di fare emergere evasione, o elusione, fiscale per –dicono alcune stime- 500 miliardi di euro.

Il presidente della Commissione europea Manuel Barroso giudica gli impegni “poco espliciti”, mentre il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz crede possibile dimezzare l’evasione entro il 2020.

Sull’energia, l’altro tema di questo Vertice straordinario, i 27 hanno confermato l’impegno, già preso in un’analoga occasione nel 2011, di completare entro il 2014 il mercato unico del settore; e hanno pure fatto una cauta apertura allo sfruttamento del gas di scisto nell’Ue, chiedendo all’esecutivo comunitario di “valutare un ricorso più sistematico” alle “risorse energetiche locali”, verso uno “sfruttamento sicuro, sostenibile e redditizio nel rispetto delle scelte di mix energetico degli Stati membri”.

Il programma del Vertice prevedeva due ore di lavori e due ore sono state: l’inizio alle 15.00, preceduto da qualche bilaterale –Letta ha visto, in particolare, il lussemburghese Jean-Claude Juncker e il britannico David Cameron-; le conferenze stampa di chiusura poco dopo le 17.00; nessun intoppo. Con Cameron s’è parlato soprattutto di occupazione: la ricetta britannica è meno tasse alle imprese uguale più lavoro. Letta torna a casa con un sacco di appuntamenti: a fine maggio, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy verrà a Roma –prevedibilmente dopo che la Commissione avrà sospeso il 29 maggio la procedura d’infrazione contro l’Italia-; poi, lui andrà a Londra.

Ai partner, Letta dice che la priorità dell’Ue deve essere il lavoro ai giovani. Ed ai giornalisti riferisce che la linea italiana “è stata accolta”: giudica “un buon inizio” il suo esordio; e considera “un buon accordo” quello scaturito; e definisce l’occupazione giovanile “una questione cruciale”, che sarà al centro del Vertice di fine giugno.

Mentre negli Stati Uniti il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke afferma che “la ripresa va aiutata” e s’impegna a non ridurre gli stimoli, a Bruxelles i leader dell’Ue s’accontentano di mettere a punto un calendario, ben sapendo che sarà difficile varare qualcosa di concreto e di sostanzioso per la crescita e l’occupazione prima delle elezioni tedesche il 22 settembre. La riunione dei ministri del lavoro dei 27 a Berlino, il 3 luglio, al di fuori di tutte le ortodossie comunitarie –la Germania non ha neppure la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue-, servirà solo a confrontare le pratiche migliori per favorire l’occupazione giovanile (e di sicuro molte saranno tedesche).

Se non delude i mercati, che tanto non s’aspettavano nulla di più né di meglio, il surplace dell’Europa scoraggia il potenziale 29.o membro dell’Unione: l’Islanda, che s’è appena scelta un governo euro-scettico, decide lo stop ai negoziati per l’adesione e annuncia “un referendum sull’ingresso nell’Unione”. Lo stesso letta, del resto, riconosce: “L’Ue così non basta”.

Che per l’Italia, crescita e occupazione siano le massime priorità lo si capisce dai dati dell’Istat pubblicati oggi: 15 milioni gli italiani che patiscono un disagio economico, milioni i senza lavoro che in media lo cercano da 21 mesi e milioni i disoccupati sfiduciati, che non cercano più; il potere d’acquisto(- 4,8% da un anno all’altro)  non era mai stato così basso dagli Anni Novanta. E, nell’attesa delle risposte europee, il ministro del lavoro Enrico Giovannini, ex direttore dell’Istat, cerca risposte nazionali e apre il cantiere dei provvedimenti per i giovani per la riforma –di già- della legge Fornero: ci sono ipotesi di defiscalizzazione e di decontribuzione, ma tutto “dipende dalle risorse”. 

E quelle, almeno fin quando la Commissione non chiuderà la procedura d’infrazione, non ci sono. Letta, però, dice di non temere le “fibrillazioni della maggioranza” e spera di evitare “l’aumento dell’Iva”.

martedì 21 maggio 2013

Italia/Ue: Vertice, Letta fa melina, l'Europa fa surplace

Scritto per il blog de Il Fatto e per EurActiv il 21/05/2013

L’Italia di Letta fa melina e prende tempo. Tanto l’Europa, di questi tempi, non le scappa via: fa già surplace, una cosa alla Maspes se deve durare fino alle elezioni tedesche del 22 settembre. In Italia, ci sono volute al governo tre settimane per produrre un decreto legge a costo quasi zero e ad effetto quasi nullo sull'economia del Paese colpito dalla recessione: il rinvio a settembre della rata dell'Imu sulla prima casa ed il rifinanziamento per un miliardo di euro della Cig sono state giudicate non solo dal Financial Times “misure modeste”, che “riflettono il margine di manovra limitato dell'Esecutivo”. Una valutazione condivisa dal Wall Street Journal: i provvedimenti varati rappresentano un "minimo sindacale".

Non che ci fosse bisogno della stampa estera per arrivare a simili conclusioni. Lo stesso premier, del resto, ha ammesso che si trattava di guadagnare tempo, quei cento giorni che dovrebbero servire, di qui alla fine di agosto, per mettere insieme qualcosa di consistente. Anche se un dubbio resta: quella scadenza di fine agosto sembra già precostituire un alibi per un ulteriore slittamento.

Ora, nell'imminenza del Vertice europeo di domani a Bruxelles, Enrico Letta sposta in avanti pure le scadenze europee: parlando in Parlamento, spiega che il Vertice di domani conta poco o punto –già lo si sapeva-, nonostante le conclusioni sulla lotta contro l’evasione e l’energia, buone in vista del G8 di Belfast di giugno. Anche se l’accordo sullo scambio di informazioni per la lotta all'evasione fiscale a livello europeo potrebbe avere per l’Italia qualche effetto positivo, favorendo recuperi di gettito dall'Austria e dal Lussemburgo e, fuori dell’Ue, dalla Svizzera.

Quello che conta –ci avverte il premier- è il Vertice di fine giugno, dove l’Unione dovrà passare dalle parole ai fatti su crescita e occupazione. “La priorità è il lavoro per i giovani”, insiste Letta, dopo che il presidente Usa Barack Obama ha convenuto con lui su questa agenda ovvia e trita.

Tra un Vertice e l’altro, l’Italia a fare melina e l’Ue in surplace, avremo ottenuto, di qui a fine mese, al 29 maggio, la sospensione della procedura d’infrazione per deficit eccessivo, che un po’ d’ossigeno alla capacità di spesa asfittiche dell’Italia dovrebbe darlo.

Dunque, domani sarà solo un antipasto, una sorta di sessione di riscaldamento in vista di giugno. Ma, a dirvela tutta, a me pare fortemente probabile che, il 27 e 28 giugno, ci sentiremo poi spiegare che non si può mettere la Germania nell'angolo sulle risorse per la crescita e l’occupazione a meno di tre mesi dalle elezioni politiche tedesche, tanto più che il presidente francese Francois Hollande ha già sotterrato l’ascia di guerra e fumato il calumet della pace con la cancelliera Angela Merkel, avallandone la spinta –o vedendone il bluff- per una maggiore integrazione politica, almeno dell'eurozona, con una governante dell’economia europea.

E, così, da giugno si finirà all'autunno, con belle parole, tanti impegni e poche decisioni concrete, ma di sicuro richieste “precise” e “ferme” da parte dell’Italia e non solo. L’Ue resterà in surplace; e l’Italia continuerà a fare melina. Fino al 31 agosto, che lì Letta tirerà finalmente in porta. Farà gol?, o, nel frattempo, sarà finito fuori gioco?

lunedì 20 maggio 2013

Finestra sull'Europa: alfabetizzazione europea antidoto contro euro-scetticismo

Scritto per EurActiv il 20/05/2013

L’Unione europea raccontata dagli studenti universitari, per farne cittadini europei più informati e, quindi, più consapevoli: in tempi di euro-scetticismo, un antidoto al dilagare della tentazione, che è dei governi, ma pure dei cittadini, di mettere l’Europa sul banco degli imputati, per potere così assolvere se stessi. Se n’è discusso, oggi, a Napoli, in occasione di un seminario di sintesi e bilancio della quinta edizione di Finestra sull'Europa, dedicata questa volta all'anno europeo dei cittadini.

Il progetto, nato nel 2008 grazie all’Università di Perugia, coinvolge, dal 2012, cinque Università italiane del Sud, grazie a una convenzione con il Dipartimento delle Politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’edizione 2013 è stata promossa dal Parlamento europeo, dalla Commissione europea e del Dipartimento, in collaborazione con il Ministero degli Esteri. L’obiettivo è di proseguire l’iniziativa pure nel 2014, anno delle elezioni del Parlamento europeo.

A parlarne, a Napoli, presso l’Università ‘l’Orientale’, rappresentata dal pro-rettore vicario Giuseppe Cataldi, il responsabile del progetto, professor Fabio Raspadori, dell’Università di Perugia, e la coordinatrice, dott.ssa Diletta Paoletti, oltre a rappresentanti di tutti gli Atenei coinvolti: i professori Giorgia Bevilacqua de ‘l’Orientale’, Massimo Fragola dell’Università della Calabria di Cosenza, Nicoletta Parisi, dell’Università di Catania, Angela Maria Romito, dell’Università di Bari, ed Eugenio Zaniboni dell’Università di Foggia. Con loro, giornalisti e studenti e, per il Dipartimento, Massimo Persotti, responsabile dell’Ufficio Stampa.

Elementi di analisi comuni a numerosi interventi sono stati la considerazione che a fare oggi difetto in Italia non è la quantità di informazione sull'Europa, ma piuttosto la qualità; e l’emergere dell’urgenza di una ‘alfabetizzazione’ europea dei cittadini e, a maggior ragione, dei giornalisti, che, senza cadere nella militanza e nella condiscendenza verso l’idea e le istituzioni europee, sappiano fornire elementi d’informazione e di giudizio corretti, favorendo una partecipazione ed una consapevolezza critiche.

Nelle parole degli organizzatori del progetto, Finestra sull'Europa è “un laboratorio didattico per gli studenti universitari impegnati nella redazione di articoli sull'Europa pubblicati su quotidiani locali. Il progetto diventa così opportunità di pratica giornalistica, ma anche di comunicazione ai cittadini su tematiche europee. Presso ciascuna Università partner vengono creati dei gruppi di lavoro, veri e propri laboratori didattico-editoriali, incaricati di redigere articoli da pubblicare sulle testate partner, solitamente quotidiani o periodici ad ampia diffusione locale. Si crea così un network di giornali e ‘laboratori redazionali’ che, attraverso iniziative editoriali ‘gemelle’ realizzate in contemporanea, comunicano l’Ue sul territorio” e l’avvicinano alle realtà e sensibilità regionali e locali.

Quest’anno, l'iniziativa Fise Italia del Sud s’è articolata in tre sortite sui media: la prima dedicata all'Anno europeo dei cittadini, la seconda al ventennale del mercato unico; la terza lasciata libera di trattare aspetti del processo di integrazione europea variamente collegati agli ambiti territoriali su cui insistono i singoli Atenei partner. Tra le testate che aderiscono a Fise Italia del Sud, e-Polis Bari, il Corriere del Mezzogiorno, il Denaro, la Gazzetta del Sud, la Sicilia e Ateneapoli.

domenica 19 maggio 2013

Ue: Amato traccia percorsi d'integrazione nell'ingorgo 2014

Scritto per EurActiv il 19/05/2013

Fra un anno esatto, nel maggio 2014, le elezioni del Parlamento europeo potrebbero segnare un passo avanti nell'integrazione politica e pure nella legittimazione democratica delle Istituzioni comunitarie, se i maggiori partiti europei ci arriveranno dopo avere designato un proprio candidato alla presidenza della Commissione europea. Svoltesi le elezioni, bisognerà riunire al più presto una convenzione costituente per impostare una riforma dei Trattati.

Sono indicazioni emerse in una conversazione di Giuliano Amato con una delegazione di promotori dell’iniziativa ‘Università per l’Europa’, un insieme di eventi in decine di Atenei italiani, volti a portare contributi scientifici e ideali all'integrazione europea ed a formulare proposte concrete entro la prossima primavera, proprio in vista delle elezioni di maggio e del rinnovo entro la fine dell’anno di tutti i vertici delle Istituzioni comunitarie, oltre che del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dei Ministri dell’Ue (luglio/dicembre 2014).

Amato, ora presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, già presidente del Consiglio per due volte e ministro a più riprese, e vicepresidente della Convenzione europea creata nel 2002 per riformare i Trattati (un esercizio sfociato, dopo varie traversie, nel Trattato di Lisbona, entrato in vigore dal 1° dicembre 2009), è vicino a ‘Università per l’Europa’, al cui lancio nel marzo scorso partecipò. La delegazione era condotta dal professor Francesco Gui e comprendeva docenti e rappresentanti dell’Istituto Affari Internazionali e della Commissione europea, pure coinvolti nell'iniziativa.

Naturalmente, il cammino di una riforma dei Trattati e di un rilancio dell’integrazione è appena abbozzato, anche se spiragli positivi ci sono: le aperture verso l’Unione politica della cancelliera tedesca Angela Merkel sono state ad esempio rilanciate, nei giorni scorsi, dal presidente francese François Hollande, favorevole ad affidare a un governo europeo la governance economica dell’eurozona. Per Amato, è importante in questa fase  non parlare di Stato federale, ma piuttosto d’integrazione politica di stampo federale, per evitare di mettere in allarme i Paesi più riluttanti.

La designazione da parte dei principali partiti europei, almeno i popolari, i socialisti, ed i liberali, d’un candidato alla presidenza della Commissione potrebbe precostituire un’elezione semi-diretta del presidente stesso,  anche se la designazione spetta al Consiglio europeo e la ratifica all'Assemblea di Strasburgo.

Tutte da decidere le modalità d’utilizzo della designazione popolare, nell'ipotesi, quasi scontata, che nessun partito, e quindi nessun candidato, ottenga la maggioranza assoluta: si può ipotizzare una soglia minima di consenso, perché una candidatura possa essere presa in considerazione; e pure la possibilità di giungere, tramite accordi fra i partiti, a una designazione diversa da quella espressa dal voto popolare (e magari persino altra rispetto a quelle sottoposte al voto popolare). Come già accade in Italia quando si vota per un candidato premier.

Nell'ingorgo istituzionale europeo 2014, quando s’intrecciano le elezioni del Parlamento, il rinnovo della Commissione e il rinnovo del presidente del Consiglio europeo e dell’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, sarebbe inoltre possibile pensare, come fanno molti, ad una unificazione delle cariche di presidente della Commissione e del Consiglio europeo.

Questo potrebbe favorire uno scivolamento del Consiglio europeo dall'attuale ruolo di massima ed ultima istanza decisionale a una sorta di dieta cui la Commissione sottoporrebbe in via preliminare le proposte che intende lanciare. In tal modo, la Commissione si riapproprierebbe a pieno del potere d’iniziativa e il Consiglio dei Ministri dell’Ue e il Parlamento potrebbero poi esercitare il loro ruolo co-legislativo.

Fin qui, sono tutte cose che possono essere realizzate nell'ambito della normativa vigente. Il resto sarà affidato alla Convenzione, di cui sarà essenziale il mandato.

Molti i problemi e gli interrogativi. L’ingegneria istituzionale di un’Unione riformata s’annuncia complicata, perché oggi l’Eurozona ha un livello d’integrazione superiore al resto dell’Unione. Inoltre, le istanze d’una maggiore democraticità delle Istituzioni comunitarie potrebbe pure indurre a un ritorno agli Stati, che hanno una maggiore legittimità democratica.

Infine, fra le incognite, c’è l’atteggiamento della Gran Bretagna, attesa, però, da elezioni politiche nel 2015 (e i sondaggi, oggi, danno i laburisti favoriti). Per l’Unione, i laburisti al potere a Londra sono meglio dei conservatori.

venerdì 17 maggio 2013

Italia/Ue: gli amici fuori e i nemici dentro

Scritto per il blog de Il Fatto ed EurActiv il 17/05/2013

A seguire le mosse del premier Letta nelle tre settimane del suo governo, si direbbe che il fronte esterno, quello europeo, lo preoccupi quasi più di quello interno: è stato a Berlino e a Parigi, a Bruxelles e a Madrid, ieri a Varsavia. Non è ancora stato a Washington, ma sono venuti a trovarci il segretario di Stato americano John Kerry a Roma e pure 200 marines a Sigonella -ma quelli non c’entrano-.

Eppure, sul fronte esterno, specie quello europeo, nessuno minaccia il governo Letta. Tutti i partner, anzi, sono ben contenti che l’Italia abbia un esecutivo, a prescindere da quale, e non tengono il colpo in canna per abbatterlo. Purché, ovviamente, l’Italia rispetti gli impegni, magari nell’attesa di negoziare patti diversi, e non lanci attacchi kamikaze.

Cose che il premier e i suoi ministri ‘europei’, Bonino, Moavero, Saccomanni, avevano ben chiare e già sapevano fin dall’inizio: il Consiglio dei Ministri di oggi, con un decreto ‘a costo (più o meno) zero’ dopo tante parole ne è una prova; e la battuta del premier di ieri a Varsavia (“Nessun asse contro la Germania”) ne è una testimonianza, proprio mentre il presidente Hollande apriva alla Merkel sull’Unione politica.

Di questo passo, la riunione della Commissione europea, che il 29 maggio deve decidere se sospendere, o meno, la procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, non sarà un plotone d’esecuzione. E i Vertici europei della prossima settimana, il 22 maggio, e di fine giugno non saranno tapponi dolomitici. Quelli, magari, arriveranno in autunno, dopo le elezioni tedesche e dopo i cento giorni di tutte le riforme che –Letta dixit- ci aspettano.

I nemici, questo governo, li ha dentro. Non dentro l’Italia, ché quelli ci sono, ma si chiamano opposizione (ed è il gioco della democrazia). Dentro di sé, dentro la sua maggioranza: nella inconsistenza d’un Pd allo sbando, che arretra giorno dopo giorno la sua maginot  e non ha ancora trovato un argine su cui attestarsi (e se a qualcuno scappa detta una cosa di sinistra viene subito zittito); e nell'aggressività d’un Pdl che pare un fiume in piena e detta ogni giorno nuove condizioni, tenendo il gioco in mano e sicuro di non pagare dazio.

Tutto come da copione, nessuna sorpresa: Letta, i compagni di strada se li è scelti lui, o almeno li ha accettati; e li conosceva bene. E, dunque, sa che cadrà vittima del fuoco amico. Ma non a Bruxelles e neppure a Berlino. A Roma, a Palazzo Chigi o in Parlamento.

giovedì 16 maggio 2013

Italia-Usa: Sigonella, 200 marines per sventare nuove Bengasi

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 16/05/2013

Bastano 200 marines a Sigonella. Non per spaventare i libici. Ma per mandare in tilt l’Italia. Tutto avviene tra il lusco e il brusco di accordi più o meno segreti: si sa che esistono, ma non si sa bene che cosa prevedono. Per di più, le notizie venivano fuori un po’ per volta: pareva proprio che nessuno volesse raccontarla per bene, questa storia. Ecco, allora, dubbi, ansie, paure.

Ieri, il ministro degli Esteri Emma Bonino, alle commissioni Esteri e Difesa del Senato, la racconta tutta e giusta: a Sigonella, si trasferiranno "200 marines americani, 75 prima, 125 poi, e due aerei" (inizialmente, s’era parlato di 500 uomini e di un movimento già avvenuto). I militari statunitensi arrivano dalla base di Moron, in Spagna, come annunciato dal Pentagono nei giorni scorsi.

A contribuire al nervosismo, sarà pure che Sigonella è nome temuto, nelle relazioni Italia-Usa: terreno di confronto nell’ottobre del 1985, quando, dopo il sequestro dell’Achille Lauro, carabinieri ed avieri da una parte e uomini della Delta Force dall’altra si fronteggiarono, sulla pista della base, contendendosi i terroristi catturati: Reagan cedette, la spuntò Craxi.

Questa volta, c’è sintonia tra Roma e Washington. La Bonino dice che il trasferimento dei marines nella base aerea siciliana avviene "secondo quanto previsto dagli accordi bilaterali". Si tratta, spiegato il ministro, di una misura preventiva “per la sicurezza del personale americano in Libia o per possibili evacuazioni". Una fonte della Difesa aggiunge: “Non c’è nessuna invasione Usa”.

La richiesta statunitense era arrivata venerdì scorso: c'e' il rischio di dover evacuare d’urgenza l'ambasciata a Tripoli. L'obiettivo è quello di evitare una “nuova Bengasi” dopo l'attacco terroristico al consolato statunitense nel capoluogo cirenaico, costato la vita, l’11 settembre 2012, all’ambasciatore Chris Stevens e ad altri tre americani. E i timori si sono acuiti nelle ultime 72 ore, dopo l’ennesima strage compiuta, lunedì, da milizie integraliste.

Un’avanguardia dei marines è già sul posto: prima 25 uomini, poi un altro contingente. Una nota della Difesa sottolinea che "la presenza dei soldati americani sulla base di Sigonella in Sicilia é conforme agli accordi bilaterali Italia-Usa, sia per il numero degli uomini sia per il tipo di missione svolto". Anche se c’è chi fa notare che, se l’avamposto di Sigonella conducesse missioni omicide sul territorio libico, l’Italia ne sarebbe corresponsabile.

Da tempo, gli Stati Uniti vogliono disporre di una forza di pronto intervento per una Libia sempre più turbolenta, in un Nord Africa in fermento, dov’è in scena il requiem della Primavera. A Moron, sono stati recentemente inviati 550 marines di un'unità ribattezzata ‘Bengasi’ con sei MV-Osprey, bi-turboelica molto discusso, in grado di decollare e atterrare come un elicottero per poi volare come un normale aereo e di trasportare fino a 24 soldati completamente equipaggiati. Due MV-Osprey sono destinati alla base a sud di Catania con a supporto C-130 da trasporto e rifornimento.

Per George Little, portavoce del Pentagono, lo spostamento a Sigonella, che ospita droni Reaper e Global Hawk ed e' sempre più fulcro delle operazioni Usa nel Mediterraneo Sud, è una delle misure per rafforzare la sicurezza degli americani in Libia. A Washington, sono ancora vive le polemiche per la sorte dell’ambasciatore Stevens e dei suoi uomini.

mercoledì 15 maggio 2013

Ue: Casini (Pe), tra spinte all'integrazione e rischi di strappi

Scritto per EurActiv il 15/05/2013

L’Unione europea non è un edificio bell’e costruito, ma va tirata su pezzo dopo pezzo. E, mentre la si costruisce, ci possono essere battute d’arresto e persino rischi di defezione. Se spesso è laborioso capire con la bussola della politica quale sia la direzione da prendere, le prossime elezioni –maggio 2014- del Parlamento europeo potrebbero già vedere importanti novità: la designazione da parte dei partiti di candidati alla presidenza della Commissione europea; e, più in prospettiva, l’unificazione in una sola figura dei ruoli di presidente del Consiglio europeo e dell’Esecutivo comunitario. Se ne parla, in questi giorni, nelle aule dell’Assemblea di Strasburgo.

Sono indicazioni che il presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo Carlo Casini ha oggi fornito in un incontro via Skype con La Sapienza di Roma e con le Università di Padova e di Catania, oltre che con l’Istituto Affari Internazionali ed il Cime (il comitato italiano del Movimento europeo).

La conversazione, incentrata sulle possibili evoluzioni istituzionali dell’Unione europea, si colloca nell’ambito di ‘Università per l’Europa’, un insieme di eventi in corso in decine di Atenei italiani tesi a portare contributi scientifici e ideali all’integrazione europea e a formulare proposte concrete la prossima primavera, proprio in vista delle elezioni di maggio e del rinnovo entro la fine dell’anno di tutti i vertici delle Istituzioni comunitarie, oltre che del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dei Ministri dell’Ue (luglio/dicembre 2014).

Fiorentino, magistrato, 78 anni, eletto nel 2009 all’Assemblea di Strasburgo nelle liste dell’Udc, Casini ha molto insistito sul ruolo che, in questa fase, dovrebbero assumere i partiti politici europei, per fare sì che le elezioni europee, ad esempio, siano occasione di dibattito sui temi dell’integrazione e non momento di riproposizione e di verifica di rapporti di forza nazionali. Non è però certo che ciò avvenga: spesso i partiti annacquano le loro differenze in sede europea, puntando su scialbi consensi e stemperando così la vivacità e l’interesse di dibattiti e risoluzioni. 

Dopo avere manifestato agli studenti che lo ascoltavano la convinzione che l’integrazione europea “è il più grande progetto politico di tutti i tempi”, Casini s’è mostrato prudente sull’idea che circola di convocare una conferenza costituente subito dopo le prossime elezioni. Meglio, a suo avviso, attendere qualche tempo, perché –spiega- un progetto di rinnovamento dei Trattati può ingenerare sfiducia e delusione, come già avvenuto in passato, se non si raggiungono i risultati ambiziosi che ci si ripromette.

Nella visione di Casini, le preoccupazioni di evitare, ad esempio, strappi con la Gran Bretagna prevalgono sulle tentazioni di cogliere la disponibilità a passi avanti verso l’Unione politica manifestata, negli ultimi tempi, dalla Germania. Invece, i progressi verso una maggiore efficacia della governance economico-monetaria nella zona euro, con l’attuazione come prossimo passo dell’Unione bancaria, sono meglio incanalati.

martedì 14 maggio 2013

Politica estera europea: pagella Ecfr; una sola sufficienza, Italia maluccio

Scritto per EurActiv il 14/05/2013

Da tre anni, prende costantemente la sufficienza piena in una sola materia, gestione delle crisi e negoziati multilaterali (un po’ come dire educazione fisica); e il voto non è da sballo, oscilla tra il 7- e il 6+ e va peggiorando. In tutte le altre materie, relazioni col resto dell’Europa, con Medio Oriente e Nord Africa, con Stati Uniti, Russia, Cina, i voti quest’anno vanno dal 5- al 6--. Roba da andare a settembre con due o tre crediti (Cina di sicuro, Medio Oriente e resto dell’Europa siamo lì), se servisse a qualche cosa. Perché il ragazzo è di quelli che rendono meno di quello che valgono; e che, quando c’è da darci dentro, si tira indietro.

Si parla –lo avrete capito- della politica estera dell’Unione europea, di cui, dal 2010, cioè da quando è nato, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il Servizio europea di azione esterna (Seae), lo European Council on Foreign Relations pubblica una pagella: globale, dell’Ue, e pure nazionale, dei singoli Stati.
L’Italia non ne esce bene: 11.a pari merito nella classifica positiva dei Paesi leader su singoli fronti, nona pari merito nella classifica negativa dei Paesi che trascinano i piedi su singoli fronti; peggio, comunque, di Gran Bretagna, Francia, Germania e, ovviamente, della Svezia, che è un po’ la regina di questa classifica; meglio, se può consolare, della Spagna, che ne vien fuori malissimo, anche se l’ultima della classe è la Grecia.

La terza edizione del rapporto European Foreign Policy Scorecard, l’innovativa valutazione annuale e sistematica della performance dell’Ue in politica estera, realizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo, è stata presentata lunedì 13 maggio nella Sala delle Bandiere della sede a Roma delle Istituzioni europee. Silvia Francescon, direttore dell’Ecfr di Roma, ha illustrato metodologia e caratteristiche dell’originale esercizio: 40 ricercatori; sei aree tematiche suddivise in 79 componenti; la categorizzazione degli Stati da leader a “quelli che trascinano i piedi”.

Costanti nello Scorecard dal 2010 sono alcune constatazioni: ad esempio, che  “la crisi finanziaria ha contribuito alla marginalizzazione, nelle capitali europee, delle questioni internazionali” ; e che  “l’Ue è più efficace quando agisce unita”. Se il 2011 era stato “un anno cruciale per il processo di integrazione europea”, tra crisi, importanti cambiamenti geopolitici –le Primavere arabe e la guerra in Libia- e nuovi equilibri,  nel 2012  “i leader europei hanno continuato a concentrarsi sul risanamento dell’economia interna più che sul rilancio dell’Europa sulla scena mondiale”.

Tra i trend più interessanti individuati dallo Scorecard 2013, la Francescon ha evidenziato il fatto che la crisi dell’euro continua ad avere un costo in termini di politica estera (Grecia e Spagna sono tra i Paesi che bloccano maggiormente la politica estera europea, insieme a Romania e Lettonia); che gli Stati piccoli contano sempre di più, come dimostrano, in particolare, le performances di Svezia e Olanda; e che emerge una sorta di coalizione dei tre Grandi (Gran Bretagna, Francia, Germania), pur con molti distinguo tra area ed area.

A discutere dei risultati dello Scorecard, dopo un’introduzione di Lucio Battistotti, direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, il giornalista Stefano Polli, responsabile dell’Area internazionale dell’Agenzia Ansa, Agostino Miozzo, managing director for Crisis response presso il Seae, e il vice-ministro degli Esteri Lapo Pistelli. Molte le valutazioni critiche, specie sulla mancanza di una leadership chiaramente identificabile della politica estera europea, la cui figurab di punta appare più Mario Draghi che lady Ashton. Ma anche la considerazione comune –sintetizzata da Pistelli- che “un Mondo senza politica estera europea sarebbe un Mondo peggiore”. Se è vero oggi, lo sarà molto di più quando la politica estera europea sarà cresciuta e sarà divenuta robusta e concreta.

lunedì 13 maggio 2013

Italia/Ue: ambasciatori senza pena, ma senza peso

Scritto per il blog de Il Fatto il 13/05/2013

Sono otto gli italiani fra gli 87 ‘ambasciatori’ Ue capi delegazione nel Mondo. Numericamente, non è male, considerando che i Paesi dell’Unione sono 27. La scorsa settimana, l’alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza Catherine Ashton, una sorta di ‘ministro degli esteri’ dell’Ue, ha rinfoltito la presenza italiana nella diplomazia europea, nominando Alessandro Palmero e Cesare de Montis alla guida rispettivamente delle delegazioni in Paraguay e nel Kirghizistan.

Palmero e De Montis vanno ad aggiungersi a –in ordine alfabetico- Paola Amadei (in Giamaica dal 2011), Filiberto Ceriani Sebregondi (in Tanzania dal 2011), Aldo dell’Ariccia (in Zimbabwe dal 2010), Attilio Pacifici (in Liberia dal 2009), Roberto Ridolfi (in Uganda dal 2010) e Ettore Sequi (in Albania dal 2010). La mappa è stata tracciata da Valentina Pavarotti su EurActiv.it: http://www.euractiv.it/it/news/istituzioni/7069-esteri-la-mappa-degli-italiani-che-rappresentano-lue-nel-mondo.html

Oltre agli 87 capi delegazioni nazionali, vi sono cinque ambasciatori a rappresentare l’Ue presso organizzazioni internazionali come l’Onu  (a New York e a Ginevra), l’Unesco, l’Organizzazione mondiale del commerci,  l’Unione africana. Tra questi cinque, ci sono le italiane Mariangela Zappia – presso l’Onu a Ginevra - e Maria Francesca Spatolisano –presso l’Unesco-.

Con i numeri, dunque, siamo a posto. E come qualità dei diplomatici italiani schierati sul fronte europeo, almeno per come li conosco, pure. Il problema, magari, è la qualità dei posti loro toccati: nessun Paese del G8 extra Ue e neppure del G20, nessun Brics, nessun interlocutore dell’Unione emergente politicamente e/o economicamente; e neppure nessun centro vitale di interesse italiano, eccezion fatta forse per l’Albania, dove la presenza europea d’un diplomatico del valore di Sequi appare, però, quasi ridondante, avendo già l’ambasciata italiana un suo peso. E, nel contempo, abbiamo una presenza nell'Africa australe sproporzionata alla nostra attenzione per quell'area.

Ecco, dunque, un terreno d’azione per il ministro degli Esteri Emma Bonino, che ha la grinta giusta per farsi ascoltare e pure l’opportuna conoscenza dei meccanismi comunitari: aumentare e ricalibrare il peso specifico della diplomazia italiana al servizio dell’Unione europea, magari scambiando due scartine con una briscola.
Un esercizio in cui l’interlocutore della Bonino sarà, soprattutto, lady Ashton, cui spetta la nomina dei capi delegazione, scegliendoli tra i funzionari europei o il personale diplomatico dei Paesi Ue – lo prevede il Trattato di Lisbona -. A quel posto da oltre tre anni, la baronessa laburista non s’è mai fatta notare né per la forza né per la tempestività delle sue posizioni: finora, in Italia aveva sempre trovato ministri ‘morbidi’; ora che gliene tocca uno spigoloso la musica potrebbe forse cambiare.

sabato 11 maggio 2013

Informazione europea e giornalismo italiano: punti di forza e lacune

Scritto per EurActiv l'11/05/2013

Punti di forza, ma anche lacune, del giornalismo italiano sul fronte europeo: se n’è discusso venerdì a Firenze, in uno degli appuntamenti del Festival d’Europa. Un giornalismo che, per fare da bussola ai cittadini nelle navigazione dell’informazione disponibile, deve essere –è stato detto- efficace, competente e non condiscendente, mentre manifesta lacune nella preparazione sui temi europei e conferma una certa tradizionale inclinazione a ‘scrivere per le fonti’ piuttosto che ‘per il pubblico’.

‘Giornalismo e media italiani nella governance dell’Unione europea’: intorno a questo titolo, s’è articolata una mattinata di dibattiti a Palazzo Vecchio, nella Sala dei Dugento, organizzata da Standard Ethics Network. A confronto, giornalisti d’esperienza internazionale e docenti universitari.

Standard Ethics è un network e un’agenzia di rating di sostenibilità   (economico-finanziaria, sociale, ambientale e di governante) che si basa sui principi e gli obiettivi di sviluppo sostenibile e di buona governance di Ue, Ocse e Onu.

Fra i temi toccati, dopo un video-saluto del vice-presidente del Parlamento europeo Gianni Pittella, il rapporto tra informazione e democrazia economica, nella prospettiva della governance dell’Unione economica e monetaria, l’informazione come bene pubblico tra crisi e trasformazione, una serie di riflessioni sul ruolo del giornalismo e dei media per una governante democratica europea. Sempre tenendo distinta l’informazione militante, cioè per l'integrazione, da quella di servizio, cioè sull'integrazione.

Franco Siddi, segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana, e altri hanno pure evocato l’iniziativa popolare per una legislazione europea a garanzia di libertà e pluralismo della stampa e dell’informazione

venerdì 10 maggio 2013

Siria: verso una transizione senza Assad e senza Jihad

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/05/2013

Nel giorno in cui Roma diventa snodo della ricerca di uno sbocco alla crisi in Siria, il Wall Street Journal getta un’ombra sull’azione diplomatica del segretario di Stato americano John Kerry e mette in dubbio il riavvicinamento tra Washington e Mosca. Secondo il WSJ, Israele ha avvertito gli Stati Uniti dall’imminente vendita alla Siria da parte della Russia di batterie di missili terra-aria S-300, armi ultra-moderne che possono intercettare e distruggere aerei o missili in volo: “Armi che cambiano lo scenario”, hanno commentato gli hezbollah libanesi..

Parlando a Roma, dopo un incontro con il ministro degli esteri italiano Emma Bonino, anch’essa molto attiva sul fronte siriano, Kerry ha giudicato “potenzialmente destabilizzante” la vendita, aggiungendo: “Noi preferiremmo che la Russia non fornisca aiuti” al presidente Bachar al-Assad. Kerry ha pure escluso che Assad possa fare parte d’un governo di transizione.

Su mandato del presidente Obama, il segretario di Stato Usa dedica dall’inizio della settimana tutta la sua attenzione alla crisi siriana. Martedì, durante una visita a Mosca, aveva convenuto di lavorare in tandem col collega russo Serguiei Lavrov, nonostante la Russia sia sempre stata alleata di Assad e abbia finora contrastato tutti gli sforzi internazionali per isolarne il regime.

Il riavvicinamento russo-americano è stato salutato in termini positivi a Damasco, dove il regime esprimeva, ieri, fiducia “sulla fermezza” e “la costanza” della posizione russa “basata sulla carta dell’Onu e sulle regole della legge internazionale”. Mentre, agli occhi della Siria, gli Stati Uniti devono ancora provare la loro credibilità, convincendo i loro alleati a “fare cessare violenze e terrorismo”. Un riferimento agli attacchi israeliani della scorsa settimana contro obiettivi siriani. Ieri, a Roma, Kerry ha visto pure il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, oltre al giordano Nasser Judeh.

L’intesa tra Mosca e Washington si rifà alle conclusioni della riunione di Ginevra del giugno 2012, dove la comunità internazionale aveva chiesto una sospensione dei combattimenti e una transizione, senza precisare la sorte di Assad. Ma l’opposizione siriana considera l’uscita di scena del presidente una pre-condizione a qualsiasi discussione. E, a Roma, Kerry non è stato evasivo su questo punto, come lo era stato martedì a Mosca: per gli Usa, Assad non può entrare in un governo di transizione.

Si lavora a una conferenza internazionale, che potrebbe svolgersi di nuovo a Ginevra, tra fine maggio e inizio giugno. L’atteggiamento Usa sulla Siria, che alterna accelerazioni e colpi di freno, come testimonia l’estrema prudenza sul caso delle armi chimiche, risente del crescente disagio per il peso che la componente integralista ha nell’insurrezione anti-Assad. Un disagio condiviso da molti attori in campo occidentale: Francia e Gran Bretagna chiedono che i ribelli di al-Nusra finiscano nella lista nera Onu anti-terrorismo.

Pakistan: sangue e sequestri, vigilia del voto con l'incubo della violenza

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/05/2013 


Un voto senza pace in Pakistan, una delle terre madri della violenza politica: già segnata da quasi 120 vittime –l’ultima, ieri, nel Belucistan-, la campagna per le elezioni legislative e provinciali è stato turbata, nelle ultime battute, dal rapimento di uno dei figli di Yusuf Raza Gilani, già premier dal 2008 al 2012, e dalle minacce dei ribelli talebani che annunciano attacchi contro la democrazia domani, giorno d’apertura dei seggi.

I partiti dei due principali contendenti, Nawaz Sharif, già capo del governo due volte, e l’ex stella del cricket, lo sport nazionale, Imran Khan, hanno cercato di galvanizzare i loro sostenitori tenendo ultimi comizi: il primo a Lahore, sua roccaforte; il secondo a Rawalpindi, vicino a Islamabad. Una curiosità: per la prima volta, potranno votare i circa 500 mila transgender.

A Multan, nel centro del Paese, uomini armati hanno rapito Ali Haider, uno dei figli di Gilani, destituito da premier nel giugno scorso, dopo una condanna per essersi rifiutato di riaprire un’inchiesta per corruzione contro il presidente Asif Ali Zardari. Secondo fonti locali, un segretario di Ali Haider è rimasto ucciso e cinque altre persone sono state ferite nell’agguato.

Il rapito è candidato alle provinciali per il Partito del popolo pakistano, che ha fatto una campagna in sordina per le minacce dei talebani, che gli rimproverano l’alleanza strategica con gli Stati Uniti.

Tutta la campagna ha visto susseguirsi attacchi terroristici, condotti per lo più da ribelli talebani contrari alle elezioni perché “non islamiche”. Ma violenze e intimidazioni non sono bastate a fare saltare la consultazione  in questo Paese di 180 milioni d’abitanti, una terra di frontiera della guerra al terrorismo, dove da sempre democrazia e corruzione, violenza politica e tensioni internazionali s’intrecciano. L’assassinio politico vi è praticato, come testimonia l’uccisione di Benazir Bhutto, nel 2007; e il ritorno in patria dall’esilio non è facile, come dimostra la vicenda dell’ex presidente Parvez Musharraf.

Secondo una fonte degli insorti, il capo dei talebani pachistani Hakimullah Mehsud ha ordinato attentati suicidi nel giorno del voto: dall’Afghanistan confinante, sarebbero giunti kamikaze. Eppure, né la Lega musulmana di Sharif, la favorita dello scrutinio, né il partito di Khan, condannano le azioni talebane: cercano di non alienarsi le simpatie degli integralisti.

Più degli attentati, desta emozione l’incidente capitato, martedì, a Khan, il leader del Partito per la giustizia. L’ex campione, oltre 60 anni, un fare da playboy, galvanizza le folle criticando i vecchi partiti dinastici “corrotti”: era caduto da un montacarichi a Lahore, procurandosi ferite non letali.

Ridotto in ospedale, Khan domani voterà: al comizio di Rawalpindi c’era solo in videoconferenza. Sharif, il leader della Lega, è avanti a lui nei sondaggi per formare il governo. Il fenomeno Khan, che incide sull’elettorato di centro-destra e attira giovani della classe media ansiosi di cambiamento, complica però i pronostici e prepara giochi d’alleanze con altri partiti, fra cui quello di Gilani.

giovedì 9 maggio 2013

9 Maggio, Festa dell'Europa: ritorno al futuro, ma non più una scelta d'élites

Scritto per EurActiv lo 09/05/2013

“Europa, ritorno al futuro” è il titolo dell’incontro che il Consiglio del Movimento europeo (Cime), il Movimento federalista europeo e la Gioventù federalista europea hanno organizzato il 9 Maggio, presso lo Spazio Europa, in occasione della Festa dell’Europa. Uno delle decine di eventi svoltisi ovunque in Italia, a Firenze e a Torino, a Padova, Venezia, Messina e altrove. A Roma, la sera, c’è pure stata una ‘festa federalista’. Mentre, a Firenze, l’11 maggio, vi sarà una manifestazione che sfilerà nel pomeriggio per la città partendo da piazza Indipendenza, con lo slogan ‘Gli Stati Uniti d’Europa per superare la crisi’.

Gli incontri sono stati momenti di riaffermazione della necessità dell’integrazione europea, ma anche di constatazione dell’allontanamento dei cittadini dalle Istituzioni comunitarie: un effetto della crisi, ma ancor più delle inadeguatezza delle scelte dell’Unione per fronteggiarla, sconfiggerla e superarla e per aiutare i cittadini a sopportarne l’impatto, dando loro un sostegno per attraversarla e la speranza di uscirne.

Finito il tempo delle “scelte delle élites”, secondo un modello esplicitato da alcuni padri fondatori dell’integrazione europea, è ora il momento di scelte più condivise e più democratiche, ponendosi anche in posizione di discontinuità rispetto al passato. Indicazioni che sono echeggiate nel dibattito allo Spazio Europa, ma che non trovano ancora riscontro nelle decisioni istituzionali.