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mercoledì 30 settembre 2015

Siria: Obama e Putin più distanti in pubblico che in privato

Scritto per Metro del 30/09/2015

La sceneggiata pubblica sono stati due discorsi fortemente contrapposti, nei toni e nei concetti, pronunciati lunedì all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La sostanza sono 95 minuti di colloquio faccia a faccia. L’impressione è che le distanze pubbliche siano ingigantite rispetto a quelle reali.

Tra Usa e Russia, e tra i loro presidenti Obama e Putin, c’è una comunanza d’interessi, sulla Siria, se non un’identità di posizioni, e ci sono punti in comune sul futuro assetto del Medio Oriente, nel rispetto delle aree d’influenza rispettive e degli interessi economici.

Lunedì, Obama e Putin sono stati protagonisti di un duello –oratorio- a distanza, prima d’incontrarsi per parlare di Siria (e di Ucraina, per volere degli americani). “Assad – dice Obama - è un tiranno che uccide donne e bambini, non possiamo aiutarlo. Ma siamo pronti a lavorare anche con Mosca e Teheran per trovare una soluzione”. “Un errore enorme – replica Putin- non collaborare con Assad per superare la crisi”.

Il dialogo a distanza è da Guerra Fredda. Quello a quattr’occhi viene definito “franco e costruttivo”, che, nel linguaggio diplomatico, non è proprio il massimo. Ma, a conti fatti, il segretario di Stato Usa John Kerry ammette che c’è un accordo sui principi fondamentali d’una soluzione siriana, mentre la Casa Bianca riconosce che la disponibilità russa a una fase di transizione è un inizio –la transizione presuppone un ‘dopo Assad’-. Per il Cremlino, c’è stata “condivisione d’informazioni”, ma Putin va oltre: “L’incontro è stato franco e utile, abbiamo anche discusso degli jihadisti”.

Il punto è questo: per russi e americani, il nemico principale, in Siria, è il sedicente Califfato. Per combatterne le milizie, gli Usa hanno la loro coalizione, che conduce raid; e la Russia sta mettendo su una sua coalizione. Le due potrebbero anche sovrapporsi o, almeno, coordinare le azioni.

L’indebolimento del Califfo consolida il regime di Damasco. Per questo, l’attacco agli jihadisti deve andare parallelo alla definizione di un assetto stabile siriano, in cui Assad deve o meno essere coinvolto.


Washington e Mosca ne discutono ora insieme.  Il tempo stringe. Sul terreno, il fronte Al-Nusra, opposizione integralista, contro tutti, ha ieri preso una base del regime vicino alle alture del Golan: un campanello d’allarme pure per Israele.

Catalogna: un voto per l'indipendenza, ma gli sviluppi sono incerti

Intervento a www.radiocusanocampus.it il 29/09/2015


Intervento nel programma di Fabio Camillacci 'La storia oscura'

http://www.radiocusanocampus.it/podcast/?prog=483&dl=4618

martedì 29 settembre 2015

Siria: Obama-Putin, match su Assad, "Mai con lui", "Ci serve"

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/09/2015

La scena è quella dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: un ‘tempio della diplomazia’, l’annuale rituale di discorsi ed incontri. Ma il copione pare ricavato da ‘Sfida all’OK Corral’, uno dei western classici dove i buoni alla fine “trionfano”, ma solo dopo che “le pistole cantano”.

I presidenti Usa Obama e russo Putin sono protagonisti di un duello –oratorio- a distanza, prima d’incontrarsi a quattr’occhi, per parlare di Siria (ma anche di Ucraina, insistono gli americani). “Assad è un tiranno che uccide donne e bambini, non lo si può aiutare –dice Obama-. Ma siamo pronti a collaborare anche con Mosca e Teheran per trovare una soluzione. “Un errore enorme – replica Putin- non collaborare con Assad per superare la crisi”.

Putin mancava dall’Assemblea generale da dieci anni. Ci torna da protagonista, parla e incontra, oltre ad Obama, il padrone di casa Ban, l’iraniano Rohani, il giapponese Abe, il cubano Castro. Altro che solo contro tutti: trova un sacco di alleati ed ha la lingua sciolta. A Marco Rubio, senatore della Florida, il più giovane degli aspiranti alla nomination repubblicana per Usa 2016, che lo definisce “un fuorilegge”, risponde serafico: “Io sono del Kgb, io i fuorilegge li combatto”.

Dal palco dell’Onu, Putin sollecita “una coalizione davvero internazionale”, come quella messa su “contro Hitler”, contro il terrore delle milizie jihadiste del sedicente Califfato; e invita anche Paesi musulmani riluttanti a fare la loro parte. Putin arriva, parla, incontra e riparte: non resta manco una notte a New York, dove, invece, Matteo Renzi ne passa quattro.

All’incontro con Obama, Putin si presenta forte dell’alleanza militare appena conclusa con Iran, Iraq e Siria, cioè con il regime di Assad, per combattere il sedicente Stato islamico. Ma figura e ruolo di Assad dividono Usa e Russia: Obama, e pure Hollande, non lo vogliono di mezzo; Putin pensa che debba partecipare alla ricerca d’una soluzione.

Washington condivide la necessità d’unire gli sforzi militari contro lo Stato islamico e sollecita "l'impegno di tutte le nazioni per cercare e appoggiare una soluzione politica". A discorso fatto, Renzi chiosa: “La nostra parte la facciamo senza inseguire gli altri”, cioè i francesi che, adesso, bombardano anche in Siria. “L’importante è evitare uno scenario libico”, cioè un cambio di regime senza che sia pronta l’alternativa. Di Siria, in serata, parlaneo pure i ministri degli Esteri dell’Ue, riuniti a consulto da Federica Mogherini.

Obama, che è dentro un tunnel diplomatico –Papa Francesco e il cinese Xi alla Casa Bianca, Putin e Castro qui a New York-, fa un discorso pacato, ma a tratti persino duro. Avverte che i Paesi "si indeboliscono e crollano quando perseguono un cammino d’aggressione", mandando un messaggio a Mosca per l’Ucraina. Insiste che la ricetta del successo è "lavorare insieme" e cita l’accordo sul nucleare iraniano ad esempio "di ciò che si può ottenere con la collaborazione internazionale”, quando si persegue "una diplomazia di principi". L’agenda che illustra vuole essere positiva: "il tipo di leadership necessaria oggi", spiega, si basa "sull'affrontare le minacce con la diplomazia, rispettando i principi democratici e le leggi e istituzioni internazionali". 

Quest'anno l'Assemblea generale assume un rilievo particolare, coincidendo con il 70o anniversario della creazione dell’Onu, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale: sfilano sul podio circa 150 capi di Stato e di governo, ministri e dignitari che rappresentano tutti i 193 membri delle Nazioni unite. E ci sono a margine un migliaio di incontri, un vertice sulle operazioni di pace voluto da Obama – Renzi ieri c’era – e un consulto anti-terrorismo –oggi, presieduto da Obama-. Fra i temi ricorrenti, la Siria e tutte le crisi di quell’area, dall’Iraq alla Libia, il flusso dei rifugiati, l’accordo sul nucleare con l’Iran, le proposte per riformare la governance dell’Onu. L’Italia è in campagna elettorale: mira ad ottenere l’anno prossimo, per il biennio 2017-’18, uno dei 10 seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza. 

lunedì 28 settembre 2015

Siria: primi raid francesi, fronte mosso, Renzi teme Libia-bis

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/09/2015

Annunciati dal presidente Hollande, preparati da ricognizioni, i raid aerei francesi in Siria contro postazioni jihadiste incominciano in una giornata convulsa per la crisi siriana, alla vigilia dell’incontro, oggi, a New York, tra i presidenti Usa Obama e russo Putin. Contemporaneamente, l’Iraq fa sapere di avere concluso un accordo in funzione anti-Califfo con Mosca, Teheran e Damasco, mentre l’ammiraglia della flotta russa del Mar Nero incrocia al largo della costa alauita. E il New York Times stima che siano 30mila i ‘foreign fighters’ arruolati nelle milizie integraliste, 250 provenienti dagli Stati Uniti.

Gli obiettivi dei raid francesi, un’estensione dell'azione militare francese già in atto in Iraq, sono stati individuati negli ultimi 15 giorni. L'operazione contro "la minaccia terroristica" rappresentata dal sedicente Stato islamico, si legge in una nota, “è stata coordinata con i partner nella Regione”. Ma Parigi nega di avere concordato gli obiettivi con il regime siriano.

Il premier Valls giudica l’azione francese “legittima difesa”, perché vengono attaccate "le roccaforti dell'Is, dove si sono addestrati coloro che ci hanno attaccato”.  I bombardamenti, condotti d’intesa con gli Stati Uniti, continueranno "il tempo che e' necessario". Da più di un anno, le forze armate francesi operano contro il Califfato in Iraq con Rafale e Mirage e un contingente di 700 uomini, mentre finora si limitavano a inviare in Siria armi e tecnologie per i ribelli ‘moderati’, che non è chiaro quali siano.

Nei giochi di guerra in Siria ‘anti-Califfo’, e inevitabilmente ‘pro Assad’, per quanto a malincuore di francesi e americani, sono sempre più coinvolti i russi: l’ammiraglia della flotta del Mar Nero, l'incrociatore pesante lanciamissili Moskva, partito dalla base di Sebastopoli, nella Crimea annessa lo scorso anno, partecipa nel Mediterraneo a esercitazioni navali con altre unità da guerra russe.

Ma la vera incognita è la soluzione politica del conflitto siriano, di cui Obama e Putin parlano oggi. Valls insiste sulla "necessità d’una transizione politica e democratica in base ai negoziati di Ginevra con l'opposizione moderata e con elementi del regime", fermo restando che il presidente Assad –dicono francesi e americani, ma non i russi- “non può essere la soluzione in Siria".

Da New York, il premier Renzi esclude un coinvolgimento italiano: “Non facciamo blitz e raid”, dice, anche se “collaboriamo con la coalizione”, perché "occorre evitare una nuova Libia". Renzi cita il segretario generale Onu Ban Ki-moon (la Siria “è una macchia sulla coscienza” del Mondo) e dice: "Serve una strategia complessiva con il coinvolgimento di tutti e non iniziative spot".

Dalle parole di Renzi, più che l’irritazione per l’attivismo francese, emerge l’apprensione di evitare in Siria quel che accadde in Libia, dove "all'intervento armato non fece seguito un'azione politica". 

La Libia più che la Siria resta la priorità italiana. Il ministro Gentiloni denuncia misteriosi “veleni” che avrebbero compromesso il buon esito del negoziato per un compromesso nazionale. E l’Italia insiste di non avere nulla a che fare con l’attentato contro un boss degli scafisti, Salah al-Maskhout, capo dei trafficanti Zuwara, e i suoi scagnozzi. Tripoli accusa gli italiani, che negano.

domenica 27 settembre 2015

Usa: Camera, Boehner il moderato lascia seggio e presidenza

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/09/2015

The Daily Signal, newsletter quotidiana della destra conservatrice, ci ha fatto un’edizione speciale: “Lo speaker della Camera John Boehner lascerà l’incarico e il Congresso a fine ottobre”. Boehner era quel signore alle spalle del Papa, sulla destra dello schermo, mentre Francesco, giovedì, parlava al Congresso degli Stati Uniti in sessione plenaria: da non confondere con l’altro signore, più sorridente, capelli bianchi, Joe Biden, il vice di Obama, un democratico.

John Andrew Boehner, 66 anni, cattolico, rappresenta l’Ohio nel Congresso dell’Unione dal 1991: è stato cioè eletto per 13 volte consecutive –il mandato è biennale- nel distretto di Cincinnati e Dayton, la città della pace di Bosnia, dove s’intrecciano aree urbane e rurali.

Repubblicano, ma non conservatore, Boehner è stato leader della minoranza alla Camera dal 2007 al 2001, quando la maggioranza era democratica e la speaker era Nancy Pelosi, italo-americana della California. Poi, quando i repubblicani all’opposizione dell’Amministrazione democratica conquistarono la maggioranza della Camera, Boehner ne divenne lo speaker e, come tale, il secondo in linea di successione al presidente: partendo di lì, Gerald Ford arrivò nel 1975 alla Casa Bianca, dopo le dimissioni in serie del vice-presidente Spiro Agnew e del presidente Richard Nixon, travolti da scandali l’uno dopo l’altro.

Nonostante la posizione di spicco, Boehner non s’è candidato alla nomination repubblicana 2016: uno dei pochi a non farlo, perché gli aspiranti a un certo punto erano 17, e ora sono rimasti  15 –sempre un sacco -, con gli unici tre che non vengono dalla politica in testa ai sondaggi. Il battistrada nella corsa, Donald Trump, magnate dell’immobiliare e showman, che rimprovera di non essersi “battuto per i repubblicani”.

In realtà, Boehner è uno di quei repubblicani preoccupati dalla deriva del partito verso personaggi alla Trump, o verso iper-conservatori alla Marco Rubio, che ha voltato pagina senza spenderci troppe parole: “servono nuovi leader”. Il prossimo, a dire il vero, non sarà proprio nuovo: il favorito alla carica di speaker è Kevin McCarthy, 65 anni, californiano.

Ha invece prestato omaggio al leale rivale il presidente Obama, che lo ha chiamato e che s’è detto “sorpreso” dalla notizia. Boehner, che s’era già commosso giovedì al discorso del Papa, anche se aveva poi alzato il sopracciglio ai passaggi sul controllo delle armi e sulla pena di morte, era vicino alle lacrime spiegando la sua decisione: “un passo indietro –ha detto- per proteggere le istituzioni”.

Lui non ne poteva più degli attacchi da destra: i ‘falchi’ gli rimproveravano d’essere una ‘colomba’, troppo molle con il presidente.  Aveva spuntato molti compromessi, ma nel 2014 non aveva potuto scongiurare lo 'shutdown', la paralisi quasi totale dell’Amministrazione lasciata senza risorse.

Già allora, si dice, Boehner stava per lasciare. Ora, aveva davanti un anno elettorale: le pressioni sarebbero state fortissime per mettere in difficoltà l’Amministrazione, a cominciare dalla battaglia sul bilancio, dove i fondamentalisti vogliono togliere fondi alla Planned Parenthood, una no profit che si occupa di aborto e maternità pianificata. Era pronta una mozione di sfiducia: lo speaker sarebbe rimasto in sella con i voti democratici: Boehner, modesto, ma onesto, non se l’è sentita.

Sinistra europea: Tsipras e i suoi fratelli, Corbyn, Iglesias e gli altri

Intervista a La Voce dei Berici e altri settimanali diocesani del TriVeneto,
raccolta da Luigi Marcadella e  pubblicata il 27/09/2015

https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/14ff0b4670ce4c2d?projector=1

sabato 26 settembre 2015

Papa all'Onu e a NY: Francesco sotto attacco, è una "minaccia economica"

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 26/09/2015

Nel ‘tombone’ di Ground Zero, l’antro della paura e della memoria dell’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001, Francesco alza il suo “silenzioso grido” contro l’odio e la violenza. E l’acqua che scorre nelle fontane in superficie diventa, nelle parole del Papa, “le lacrime” di un’umanità sofferente, “in questo luogo dove il dolore è palpabile”. E’ il momento forse più intenso del percorso di Bergoglio a New York dall’Onu a dove c’erano le Torri Gemelle, da Brooklyn ad Harlem. Luoghi simbolo di una geografia non casuale, dove s’incontrano tutte le realtà di una città specchio dell’America e del Pianeta.

Francesco modula lo stesso messaggio trasmesso, giovedì, al Congresso degli Stati Uniti riunito in sessione plenaria: casa, terra, lavoro e libertà per tutti; la finanza non strozzi poveri e deboli; via le armi nucleari (“Spero che l’accordo con l’Iran duri”, dice) e al bando le guerre; riformare l’Onu e allargare la partecipazione alla governance mondiale: e, ancora, l’appello per il clima e l’ambiente, nel solco dell’enciclica ‘Laudato si’ ed in vista del Vertice di Parigi. La Cina si mette in riga e presenta un nuovo piano contro emissioni e riscaldamento globale. E l’Assemblea adotta i nuovi obiettivi di lotta contro miseria e diseguaglianza.

Ma il messaggio del Papa non fa l’unanimità: negli Stati Uniti, suscita dubbi e perplessità che i grandi media esprimono con punti interrogativi. Se il New York Times acquisisce che “la politica deve essere al servizio della gente, non della finanza”, il Washington Post si chiede se Bergoglio non costituisca “una minaccia per l’ordine economico” americano e mondiale; e il Wall Street Journal, che del capitalismo statunitense è l’ ‘house organ’,  pone la domanda se questa visita di un leader religioso non sia “troppo politica”.

La scomodità di Francesco s’avverte. La Fox, che non si perita di essere brutalmente conservatrice, sentenzia in modo spiccio che “la religione non c’entra con il salario minimo ed i condizionatori”: un modo per banalizzare equità sociale e rispetto della natura, che sarebbe il creato, che con la religione c’entrano entrambi.

Ma si avverte, pure, nella chiesa americana, il fermento e il rinnovamento che il Papa porta. Il Christian Science Monitor, che ha una grande autorevolezza, si riconosce nei “progetti ambiziosi” di Bergoglio, ma gli tira la bianca veste: “E le donne nella Chiesa?”.

E, là sotto Ground Zero, il cardinale di New York Dolan si prende una piccola rivincita: “Santità, noi siamo pieni di errori – gli dice, echeggiando le reprimende impartite all’episcopato americano da Francesco nella Cattedrale di San Matteo a Washington -, ma questa cosa la sappiamo fare bene”.

“Questa cosa” è il dialogo interreligioso: pare di stare ad Assisi, che non a caso è la terra di San Francesco, con i rappresentanti di 12 fedi che insieme pregano, per primi, l’uno accanto all’altro, dopo essersi abbracciati, il rabbino ebreo e l’imam musulmano. Il Papa parla di “una differenza accettata e riconciliata”: non mira a fondere le fedi in una sola, vuole che ognuno creda “a modo suo, ma insieme”; non mira a convertire, ma a pacificare.

Certo, c’è retorica a Ground Zero: le tenebre e la luce, l’odio e l’amore, il male e il bene, inevitabilmente la morte e la vita “destinata a trionfare sui profeti di distruzione”. E c’è ripetitività nel discorso all’Onu rispetto a quello al Congresso: la novità è che, essendo fatto in spagnolo, viene più fluido a Bergoglio, che, poi, anche a Ground Zero, già affaticato, chiede scusa, ma parla nella sua lingua.

Fuori, la gente lo aspetta, sapendo che lui talora si ferma -ma stavolta, stanco, non lo fa-. E una setta lo contesta: “Seguitelo e perirete all’inferno”. Oggi, il viaggio continua: Francesco va a Filadelfia, dove ci sarà l’incontro con le famiglie.

venerdì 25 settembre 2015

Siria/Libia: consulto europeo a tre, e l'Italia non c'è. Dov'è?

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/09/2015

Sulla Libia, come sulla Siria, la diplomazia internazionale, sotto pressione per la minaccia del Califfo e la crisi dei migranti, sta accelerando il ritmo delle consultazioni: si cercano sbocchi ai conflitti che garantiscano la sicurezza e l’evoluzione verso soluzioni politiche condivise. E, appena i giochi si fanno seri, l’Italia ne resta fuori. Salvo poi sminuire l’importanza degli appuntamenti da cui viene esclusa.

Ieri sera, a Parigi, i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito si sono incontrati –presente l'Alto Rappresentante dell'Unione europea per gli esteri e la sicurezza, Federica Mogherini- per discutere delle implicazioni della crisi in Siria per l'Ue, compresa l’ondata dei migranti.

L’iniziativa coglie impreparata e si direbbe addirittura disinformata l’Italia. Il ministro Gentiloni non ne fa cenno in un incontro in Parlamento a metà giornata, la Farnesina non la commenta e fonti diplomatiche ne tengono bassa la portata. Ma trapelano irritazioni perché il raccordo tra la Mogherini e la Farnesina non sarebbe stato perfetto. Anzi, non ci sarebbe stato.

Nell’annunciare l’incontro, che ricalca a livello europeo il formato dei negoziati sul nucleare con l’Iran, i 5 + 1, dove di europei c’erano, appunto, Gran Bretagna, Francia e Germania, ma non l’Italia, un portavoce del ministero degli Esteri francese ha precisato che i ministri volevano anche discutere misure per temperare la situazione in Libia e "le mobilitazioni della comunità internazionale necessarie a rilanciare il processo di pace in Medioriente".

Tanta carne al fuoco. I ministri francese Laurent Fabius, britannico Philip Hammond e tedesco Frank-Walter Steinmeier, con la Mogherini, vogliono pure discutere dell'impatto sull'Europa del flusso "senza precedenti" di migranti. In pratica, un follow up ristretto e operativo del Vertice europeo un po’ moscio e un po’ inutile di mercoledì sera, quello dove il premier Renzi ha detto che l’Unione fa, tre mesi dopo, quello che l’Italia diceva tre mesi fa. Però, si scopre che lo fa senza l’Italia.

"Dobbiamo lavorare sulla protezione dei civili in Siria", per evitarne l’esodo, dice il Quai d’Orsay con un comunicato. “L'avvio di una transizione politica cui partecipino il regime e l'opposizione moderata sarà l'unico modo per porre fine alla guerra in Siria”. Il presidente siriano Bashar Assad non può "rappresentare il futuro di un popolo e di un Paese che ha martirizzato”: un punto su cui la posizione tedesca è più sfumata.

L’iniziativa europea coincide con la conferma ufficiale dell’incontro, lunedì, a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, tra Barack Obama e Vladimir Putin, dove si parlerà soprattutto di Siria (anche se ufficialmente la Casa Bianca tiene il punto Ucraina). Una fonte dell’Amministrazione statunitense spiega: "Data la situazione in Ucraina e Siria, nonostante le profonde differenze con Mosca, il presidente crede che sia irresponsabile non provare se si possano fare progressi con un coinvolgimento dei russi ad alto livello".

Tanto più che la Russia, militarmente, s’è già coinvolta, senza attendere luci verdi.

L’Italia, dunque, resta fuori da una nuova, e magari occasionale, stanza dei bottoni proprio sulla Siria, nonostante la crisi dei migranti ci colpisca in modo diretto, e sulla Libia, Paese di cui abbiamo a più riprese detto di essere pronti ad assumere la leadership di un’azione di pacificazione. E questo quando c’è da trovare un successore al rappresentante speciale in Libia del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, perché lo spagnolo Bernardino Leon ha concluso domenica scorsa il suo mandato conducendo le parti vicino all’accordo, ma non all’accordo.

giovedì 24 settembre 2015

Papa in Usa: l' "uomo della speranza" dà l'ultimatum ai pedofili

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 24/09/2015

C’è mezza America che aspettava con trepidazione, e con fervore, la visita di Francesco. Ma c’è pure mezza America che guarda a questo Papa con diffidenza e persino ostilità: troppo ‘pauperista’, troppo ‘anti-capitalista’, troppo ‘verde’ e, persino, troppo tollerante verso gli omosessuali e le famiglie non tradizionali. A dire il vero, a guardarlo con sospetto ci sarebbero pure i nativi americani, quelli che una volta chiamavamo ‘pellerossa’, se non fosse che tra il Secolo XVII e il XVIII generazioni di missionari, con il piglio combattivo di padre Junipero Serra, oltre che convertirli, li hanno pure decimati.

Certo, quelli che restano dei loro discendenti, non molti e neppure troppo ben messi nella società americana, non hanno proprio apprezzato che ieri Bergoglio, nel santuario nazionale dell'Immacolata Concezione, abbia presieduto la messa di canonizzazione di padre Junipero, un francesco spagnolo che insieme ad altri confratelli arrivò in America per evangelizzare le popolazioni indigene della California. I nativi ame¬ri¬cani del movi¬mento Mexica contestano la scelta di elevarlo agli altari, ritenendolo un uomo dai modi duri e inflessibili, "che soggiogò le popolazioni indigene".

Fra gli americani più in sintonia con Francesco, c’è sicuramente il presidente Obama, che martedì è andato ad aspettarlo con la moglie Michelle sotto la scaletta dell’aereo, alla base di Andrews, quella da cui parte l’AirForceOne, e che ieri lo ha accolto sul prato della Casa Bianca, prima che nello Studio Ovale, come l' "uomo della speranza": l’immigrazione, il clima, l’inclinazione al dialogo, anche l’apertura agli omosessuali (che il presidente spinge più in là del Papa) sono tutti punti di forte contatto tra i due leader.

Invece, qualche riserva Bergoglio può avvertirla fra i cattolici d’America, poco più di 30 milioni, circa un decimo della popolazione, che sono spesso conservatori e tradizionalisti sul piano religioso e sociale. Così come Francesco non piace ai fondamentalisti cristiani della ‘cintura della Bibbia’, la mezzaluna di Stati che dalle due Caroline scende al Texas e risale lungo le Montagne Rocciose.

E qualche reticenza il Papa può anche averla captato, nella cattedrale di San Matteo Apostolo, dov’è giunto direttamente dalla Casa Bianca, non sottraendosi alla curiosità e all'affetto della folla, nonostante le ansie dei servizi di sicurezza: lì c’erano i circa 400 vescovi americani, cui s’è rivolto in italiano, dopo avere usato l’inglese, su cui s’è molto esercitato in estate, con Obama.

Senza mai citare esplicitamente la piaga della pedofilia, che tanti squarci ha causato nella Chiesa americana, ma conscio di avere davanti a sé molti protagonisti d’una stagione quanto meno di silenzi e connivenze, Bergoglio ha detto: "So quanto ha pesato in voi la ferita degli ultimi anni. E ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti, e per continuare a operare affinché tali crimini non si ripetano mai più". Impossibile non capire e, se del caso, non dire almeno un atto di dolore. E Francesco  ha aggiunto: "Sono consapevole del coraggio con cui avete affrontato momenti oscuri del vostro percorso ecclesiale senza temere autocritiche né risparmiare umiliazioni e sacrifici, senza cedere alla paura di spogliarsi di quanto è secondario pur di riacquistare l’autorevolezza e la fiducia richiesta ai Ministri di Cristo, come desidera l’anima del vostro popolo".

Le diffidenze politiche il Papa le misurerà oggi quando parlerà al Congresso: il taglio della sua ‘Laudato si’ non piace ai repubblicani, che sono maggioranza –e neppure ad alcuni dei candidati più popolari alla Casa Bianca, come il magnate e showman Donald Trump-; e neppure li trova concordi la predicazione dell’accoglienza verso gli immigrati, anche se Bergoglio si presenta agli americani come figlio di emigrati, così come lo sono tutti loro.

Su questi temi, Francesco si sentirà più sostenuto quando interverrà all’Assemblea generale della Nazioni Unite.

mercoledì 23 settembre 2015

Usa2016: repubblicani, dopo Perry se ne va Walker

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 23/09/2015

Se ne va quello che non t’aspetti, o almeno che non m’aspettavo io. Il governatore del Wisconsin Scott Walker ha annunciato di avere sospeso la sua campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca. E' il secondo ritiro fra gli aspiranti repubblicani, dopo quello dell'ex governatore del Texas Rick Perry, ufficializzato l'11 settembre. Il lotto dei candidati, che resta affollatissimo, si riduce ora a 15.

Quand’era sceso in campo, in primavera, Walker pareva destinato a essere un protagonista della corsa: personalmente, lo consideravo uno da ‘final four’, insieme a Jeb Bush, Marc Rubio e a un’eventuale sorpresa. Mi sbagliavo.

Fino ad agosto, il governatore del Missouri era praticamente sempre stato in doppia cifra nei sondaggi, secondo al massimo a Jeb Bush prima dell’avanzata di Donald Trump. Al dibattito televisivo di Cleveland, nel Texas, era ancora all’11%, ma poi è sceso e, dopo il dibattito della scorsa settimana a Simi Valley, s’è ritrovato all'1%.

Eppure, ancora credevo che almeno una mezza dozzina di candidati avessero più motivi per andarsene di lui; o meno motivi di lui per restare in corsa.

Un avversario in meno per Trump e per tutti, dunque. Il magnate dell’immobiliare rimane in testa nei sondaggi nonostante un calo vistoso dopo l’ultimo dibattito –è comunque sopra il 20%-, mentre dietro di lui Carly Fiorina, l’unica donna, ha raggiunto o scavalcato, intorno al 15%, Ben Carson, l’unico nero. Non a caso, i tre non politici sono avanti a tutti i politici: anche negli Usa, è la stagione dell’antipolitica.

Nel discorso di addio alla corsa alla nomination, a Madison, la capitale del suo Stato, Walker, senza mai citarlo, ha attaccato Trump, sostenendo che la campagna repubblicana è stata finora troppo segnata da "attacchi personali". Walker ha quindi esortato altri candidati, senza però indicarli per nome, a lasciare la corsa, "per permettere al messaggio positivo di emergere".

Il governatore del Missouri ha citato ad esempio Ronald Reagan e l'ottimismo che caratterizzava il 40o presidente americano. Non è escluso che, abbandonando ora, Walker, ancora giovane, 48 anni, abbia inteso evitare uno sperpero di denaro –i fondi gli erano venuti as mancare, dopo che lui aveva deluso le attese iniziali- e salvaguardare la sua immagine in vista di una eventuale candidatura 2020.

Ma non è neppure escluso che il suo ritiro nasca dal desiderio di evitare l’emergere di ‘scheletri nell’armadio’ o da intese con qualche altro candidato vicino all’establishment repubblicano, anche se Walker non ha dato il proprio endorsement a nessun altro aspirante. (fonti vv- gp)

martedì 22 settembre 2015

Ue/Grecia: Tsipras vince sempre, ma il sogno è un incubo

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 21/09/2015

Tsipras vince sempre. Quando, a gennaio, promette ai greci di battersi contro la troika e di rivederne i diktat. Quando, a giugno, li invita a bocciare con un referendum gli accordi che Bruxelles vuole propinare loro. E quando, ora, li chiama a ratificare la sua scelta di tradire le promesse di gennaio e di ignorare il voto di giugno, cedendo alle richieste dei creditori pur di ottenere un terzo salvataggio finanziario da 86 miliardi di euro.

Scelta obbligata, pensano in molti ed io fra questi. Ma, allora, perché arrivarci a zigzag?

Ci sono tante letture del voto greco. Fra le tante, ce n’è una greca: la sfiducia dei cittadini verso la politica, che si traduce nell’affluenza alle urne bassa –ma non bassissima, se confrontata ad altre democrazie mature, eppur funzionanti- e la mancanza di alternative, perché votare Syriza, il partito di Tsipras, o il centro-destra nulla cambiava, almeno a livello di politica economica, essendo tutte le scelte già scritte nei patti con Bruxelles.

E ce n’è una italiana, che accende subito una lampadina in testa a Renzi, che si riscopre sostenitore di Tsipras e fa sapere – stranamente, a cose fatte - che lui e Alexis sono stati in contatto prima del voto e che lui gli ha subito telefonato ieri sera, appena usciti i risultati. Renzi a gennaio aveva inizialmente abbracciato Tsipras, poi se n’era svincolato man mano che il negoziato tra l’Ue e la Grecia s’incancreniva e gli aveva fatto campagna contro, come tutti i leader europei di ‘merkeliana osservanza’, alla vigilia del referendum. Salvo poi salutarne con favore la ‘resipiscenza’ al momento dell’accordo con i partner Ue.

Un percorso ondivago, che, essendoci alle spalle, già non conta nulla, nella politica dove contano i fatti e non le idee. Adesso, la lezione di Tsipras che ringalluzzisce Renzi e che magari atterrisce qualcun altro nei suoi paraggi è che se cacci i dissidenti quelli vanno a morire, elettoralmente parlando, e tu ti tieni i loro seggi, che puoi ridistribuire a qualche amichetto nuovo e utile; mentre, se li tieni, quelli, elettoralmente, sopravvivono –e tu non hai i loro seggi che restano loro-. Non è un’illazione: il premier lo dice pure alla direzione del Pd, “Chi di scissione ferisce, di scissione perisce”.

C’è, infine, una lettura europea. Ed è che l’Europa s’è già dimenticata della Grecia, è già altrove. Vi ricordate l’ansia delle elezioni di gennaio?, e il timor panico del referendum di giugno? Bene, stavolta non c’era nulla del genere: l’esito del voto in Grecia era atteso a Bruxelles e nelle altre capitali europee con la stessa emozione con cui si attende di solito l’esito delle elezioni in Portogallo o in Slovenia.

L’emergenza migranti, i nuovi allarmi sull’economia internazionale, e soprattutto l’accordo di luglio, hanno fatto finire la Grecia in un cono d’ombra. Dopo il voto, Tsipras ha ridetto che “nulla in Europa ora sarà più uguale”. Ma nessuno se n’è emozionato, né i greci né tanto meno gli europei. Tsipras è stato ‘normalizzato’ e ‘omogeneizzato’: di relativamente diverso, gli resta la camicia bianca con le maniche lunghe arrotolate. Lo sa anche lui, che, svegliandosi di soprassalto in piena notte, la fronte imperlata di sudore, grida: “Ho avuto un incubo, vincevo di nuovo le elezioni”. Accade –solo?- in una vignetta di Ekathimerini.

lunedì 21 settembre 2015

Storie Vere - Expo 2015: una domenica particolare

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 20/09/2015

Alla stazione di Milano, il treno per Rho – Fiera Expo 2015 lo si distingue subito: al mattino, è affollato, strapieno, posti in piedi e nessuno che si lamenta: roba da ‘Occhi stanchi, ma nel cuore il sereno’. Mica è lunedì che si va al lavoro o a scuola; è domenica, fa bello e si va all’Expo.

Poi lo sbarco, la fiumana umana che si dirige ai tornelli, le lunghe fila affrontate senza malumori. Il clima è quello di un film bello e forte di Ettore Scola, “Una giornata particolare”, con Sofia Loren, madre di famiglia e casalinga insoddisfatta con fascistissimo marito, e Marcello Mastroianni, annunciatore radiofonico epurato per inclinazioni omosessuali, che restano soli in una casa popolare romana, perché tutti, proprio tutti, sono andati a vedere la parata in onore del Fuehrer sui Fori Imperiali. La gente che s’avvia ha l’aria e lo spirito d’andare a una festa: neppure avverte la costrizione a farlo, perché è contenta ed eccitata di farlo.

Ora, qui, intendiamoci, non c’è nessuna costrizione, se non quel vago sentire – mediatico, prima ancora che politico - per cui se non vai all’Expo sei uno che rema contro. Io, invece, sono un po’ prevenuto: ho ostilità per esposizioni –a maggior ragione se universali -, fiere e pure sagre. Avevo giurato a me stesso che qui non ci sarei venuto: mi ci porta un impegno di lavoro.

La gente –noto- pare disposta ad affrontare tutto, disagi e file e caldo, che in altri momenti sarebbero insopportabili, in letizia e con un sentimento d’aspettativa e, quasi, di orgoglio, per essere partecipi dell’evento… Non è la stessa cosa della folla che sciama allo stadio, dove c’è aspettativa dell’evento, orgoglio di bandiera e letizia di esserci, ma sopra tutto c’è una patina di ansia, perché chissà come andrà… E neppure della folla d’un corteo, che manifesta un disagio, sfoga una rabbia, esprime un’idea…

Nonostante la ressa, tutto funziona bene: treni in orario; indicazioni adeguate –del resto, basta seguire il flusso-: ovunque l’occhio si posa, c’è un richiamo d’interesse, anche se io percorro il decumano senza una sosta per raggiungere il mio evento. Certo, mi colpisce che fra le installazioni più spettacolari vi siano quelle di Paesi che, se la rassegna avesse un vincolo di democrazia, non avrebbero diritto di accesso: tipo il Kazakhstan e l’Azerbaigian, che, del resto, di questi tempi sono grandi amici nostri.

Bimbi eccitati, genitori tolleranti, nonni ancora baldanzosi. Magari la sera, a fine giornata, per il deflusso, la scena sarà un po’ diversa, ma sarebbe naturale. Io, comunque, non lo saprò mai: me ne vado prima, all’ora che l’entusiasmo –fra tante esibizioni di cibo- diventa appetito e trova il suo giusto sfogo.

domenica 20 settembre 2015

Siria: se battono il Califfo, buoni anche Assad e i suoi amici

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/09/2015

Di sicuro, gli americani non possono lasciare che i russi fermino lda soli ’avanzata del Califfo e rimettano in sesto il traballante regime di Bashar al-Assad. Ma non possono neppure rischiare che gli jihadisti s’impadroniscano di tutta la Siria e arrivino a Damasco: sarebbe il modo peggiore di sbarazzarsi d’al-Assad. Così, gli Usa, dopo avere alzato un po’ la voce, ma neppure troppo, quando è divenuta di dominio pubblico la presenza militare russa in Siria, che certo il Pentagono non ignorava, hanno cambiato registro.

Il segretario di Stato Kerry vuole incontrare il ministro degli Esteri russo Lavrov, che s’è detto “pronto”. E mentre Kerry consulta che alleati europei più ‘pesanti’ – ’Italia non è nella lista-, il capo del Pentagono Ashton Carter e il ministro della difesa russo Shoigu sono stati al telefono per circa 50’: il primo colloquio diretto in oltre un anno, se le statistiche del Washington Post sono corrette.

Il regime siriano capta l’aria e accetta di "andare avanti" con il piano dell'inviato speciale dell'Onu, Staffan de Mistura, per mettere fine al conflitto che dura da quattro anni e mezzo e ha fatto oltre 250 mila vittime e circa 6 milioni di rifugiati. Le linee guida risalgono a Kofi Annan e prefigurano una fase di transizione, con un governo dotato di pieni poteri, che “provveda ad avviare un dialogo, a redigere una nuova Costituzione e a predisporre elezioni generali multi-partitiche, all’insegna della continuità delle istituzioni statali e del perseguimento dei criminali”.

Perché il disegno vada avanti –dice l’ambasciatrice Laura Mirachian- “occorre recuperare gli arabi del Golfo, rassicurare la Turchia, sfruttare la disponibilità dell’Iran, e pure dell’Egitto” e, prima di tutto, “raccogliere la sfida che sta lanciando la Russia”. Il movimento diplomatico sta contagiando, in qualche modo, pure la Libia: l’inviato dell’Onu Bernardino Leon spera di chiudere in Marocco un accordo fra i governi di Tobruk, quello internazionalmente riconosciuto, e di Tripoli, d’ispirazione islamista: lo sblocco potrebbe essere questione di ore –ma Leon altre volte ha peccato d’ottimismo-.

Sul terreno, la Russia ha schierato quattro caccia nella base aerea di Latakia, nella Siria occidentale, dove aveva già inviato elicotteri, truppe, mezzi corazzati. Ma i lealisti continuano a subire rovesci: nella base aerea di Abu al-Douhour, i miliziani del Fronte al-Nusra, emanazione locale di al-Qaeda, e i loro alleati integralisti, ribelli ad al-Assad, e nemici del Califfato, hanno passato per le armi 71 prigionieri governativi. La base, caduta nelle mani degli insorti il 9 settembre dopo oltre due anni d’assedio, era l'ultimo presidio del regime nella regione.

Informazioni che confermano la drammaticità della situazione. E inducono al disgelo tra Usa e Russia. Putin non s’è fatto smontare dalla levata di scudi iniziale americana: s’è proposto come alleato nella guerra contro il terrorismo e ha posto il problema che al-Assad sia parte del futuro della Siria, senza però porre vincoli di ruolo e di tempo. E Obama è ora pronto a vedere se il russo bluffa o fa sul serio.

Da Londra, Kerry valuta positivamente l'impegno russo contro lo Stato Islamico in Siria, come parte delle "modalità per eliminare l'Is con la massima rapidità ed efficacia", ma insiste che al-Assad deve farsi definitivamente da parte. Però, i tempi della sua uscita di scena possono anche essere decisi tramite negoziati. Quanto all’esodo dei siriani, che preoccupa gli europei, forse Putin non ha torto quando sostiene che i siriani, più che dal regime, ora scappano dal Califfo.

Migranti: quei sopravvissuti senza cellulari, un altro mondo

Scritto per il blog di Media Duemila il 18/09/2015

Quando scendono dalle imbarcazioni che li hanno raccolti in mare nei porti d’attracco, in Italia oppure in Grecia. Quando si accalcano alle frontiere dei Balcani o si pigiano sui treni in Croazia oppure in Ungheria. Neppure quando arrivano, accolti da una folla festante, a Monaco di Baviera o altrove in Germania. Mai i migranti, e i rifugiati, ci appaiono attaccati ai telefonini, per raccontare a chi hanno lasciato, o magari a chi li aspetta, le loro traversie, le loro emozioni, che ce l’hanno fatta, che sono arrivati.

Anche i morti annegati nel Mediterraneo, o i morti di stenti e magari di maltrattamenti sulle piste che al Mediterraneo conducono, o che ne risalgono verso l’Unione europea, anche molti di loro non avranno avuto con sé un telefonino cui affidare un saluto o un’invocazione.

Non c’è da stupirsene. Molti sono poveri diavoli, che tutto quello che avevano lo hanno speso, e che tutti gli oggetti di valore che possedevano hanno alienato, se non ne sono stati alienati, per pagarsi quei viaggi della speranza e della paura. Alcuni hanno certamente mezzi e possibilità, ma si sa che, in certe circostanze, è meglio tenersi addosso meno cose possibili, ché quel che hai te lo portano via se non lo perdi.

Quell’immagine di umanità transumante senza telefonini è l’ennesima riprova della grande diversità di quel flusso da altre masse in cui abitualmente c’imbattiamo, le frotte di turisti, i cortei di protesta, le orde di ultras intorno agli stadi. Tutte sempre dotate di telefonini, per selfie e guida prima ancora che per comunicazioni –in genere, assolutamente superflue-.

E’ un indizio, se ce ne fosse bisogno, del loro disagio e della loro estraneità; è una giustificazione, più futile di tante altre, del nostro disagio e della nostra diffidenza nei loro confronti, così diversi, così strani, così lontani adesso che ci sono vicini –lontani, in realtà, ci teniamo noi, che a parole siamo così pronti a essere loro vicini se restano lontani-.

Se a sanare le differenze, a colmare le distanze, a medicare le coscienze, bastasse un telefonino, verrebbe da lanciare una campagna: “Regala un cellulare a un profugo”. Purché, poi, con quello, non pretenda di chiamarci, magari per chiederci aiuto o semplicemente per farci sapere che c’è, visto che di loro l’unica cosa che ci interessa è che se ne vadano. Altrove. Anzi, meglio, che non arrivino proprio.

Anche Papa Francesco –dicono- non è fanatico dei cellulari. Forse pure per questo, lui sembra capirli meglio di noi e ci incoraggia ad accettarli.

sabato 19 settembre 2015

Siria: tanti medici (interessati) per un Paese che muore (o è già morto)


Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 18/09/2015

La diplomazia e l’opinione pubblica internazionali hanno attenzioni discontinue per le crisi; e non sempre i picchi d’attenzione coincidono con i picchi di gravità. E’ quel che accade con la Siria, dopo quattro anni e mezzo di guerra civile, oltre 250 mila vittime e milioni di rifugiati, che transumano verso l’Europa o, nella stragrande maggioranza, stazionano accampati in Libano, Giordania, Turchia. Eppure, dall’estate del 2013, cioè da quando la guerra per le armi chimiche fu sventata in extremis da Putin, dopo che Obama s’era ficcato in un vicolo cieco, di Siria si parlava quasi esclusivamente per l’avanzata del Califfo: la battaglia di Kobane, la presa di Palmira, con il loro corredo di atrocità e barbarismi.

Adesso, il mix dell’inarrestabile flusso migratorio –con i francesi che, scavalcati dalla Germania nell’accoglienza, rispolverano un piglio interventista- e del crescente attivismo russo, cui si contrappone la perdurante inazione Usa, raid aerei a parte, hanno riacceso i riflettori sulla Siria. C’è chi scopre come nuovo il sostegno di Putin ad al-Assad; e c’è chi torna a porsi il dilemma del futuro della Siria rinnovando il tormentone, del resto irrisolto, con o senza al-Assad. Mentre i siriani s’interrogano più essenzialmente del futuro del loro Paese e di loro stessi.

Su AffarInternazionali.it, l’ambasciatrice Laura Mirachian ricorda che uno schema di lavoro già c’è, o ci sarebbe: Kofi Annan, nel giugno 2012, ipotizzò un metodo che “può essere ancora praticato, anche parallelamente a iniziative militari di contrasto” al sedicente Stato islamico. Il metodo prefigura una fase di transizione, con un governo dotato di pieni poteri, che “provveda ad avviare un dialogo, a redigere una nuova Costituzione e a predisporre elezioni generali multi-partitiche, all’insegna della continuità delle istituzioni statali e del perseguimento dei criminali”.

“Il destino di al-Assad –scrive la Mirachian- verrà segnato dagli stessi siriani. Questo dialogo servirà in primo luogo a emarginare l’Is, sottraendogli adepti volontari e involontari, e a recuperare i ceti medi che nella disperazione stanno massicciamente lasciando il Paese e che dovrebbero invece essere il perno della futura Siria. Certo –aggiunge l’ambasciatrice-, siamo in grave ritardo. S’impone con assoluta urgenza un tavolo attorno al quale reperire i termini di una nuova Siria. Occorre recuperare gli arabi del Golfo, rassicurare la Turchia, sfruttare la disponibilità dell’Iran, e non ultimo dell’Egitto e del Maghreb, e raccogliere la sfida che sta lanciando la Russia”.

Tanti spicchi quanti sono gli spicchi della Siria: c’è la fetta lungo in confine turco più o meno controllata dai curdi; c’è un cuneo dove prevarrebbe al Nusra, l’opposizione integralista; c’è il sud inclusa Palmira e ben oltre nelle mani del Califfato; c’è Aleppo contesa; ci sono la costa e Damasco e Homs ancora sotto l’autorità del regime e dei ‘lealisti’, pur con qualche ‘buco’.

Tanti attori, tante Sirie. E ciascuno ha la sua agenda, anche le monarchie del Golfo, o Israele, che, fin quando i suoi nemici se le danno di santa ragione fra di loro, può limitarsi a guardarli dall’alto delle alture del Golan mai così saldamente sue come oggi.

Apparentemente, i recenti fatti nuovi militari, in ordine di tempo l’entrata in azione della Turchia nei raid contro le milizie jihadiste, l’intervento con droni della Gran Bretagna e il coinvolgimento nei raid della Francia, la conferma di una significativa presenza militare russa non hanno modificato la situazione sul terreno in modo significativo. Ankara cerca d’acquisire in Siria la patente d’anti-terrorismo per picchiare in testa ai curdi in casa; Londra e Parigi vogliono solo fare vedere che fanno qualcosa per i siriani (mentre Berlino accoglie i rifugiati); e Mosca bada a tutelare al-Assad più che a combattere il Califfo.

Fra i nemici dichiarati del presidente siriano, gli Stati Uniti avrebbero il desiderio di disinteressarsi di quanto avviene tra Iraq e Siria, se non fosse che un bel po’ di questi guai derivano dall’invasione del 2003 e dall’abbattimento ‘al buio’ di Saddam Hussein. Qui, l’America non ha più interessi economici strategici, ma la Super-Potenza non può esimersi dal guidare la coalizione che soppone alle milizie jihadiste e che lei stessa ha promosso: il Califfato bisogna pur combatterlo, da lontano, chirurgicamente, con droni e raid aerei, mentre quelli, chirurgicamente, sgozzano ostaggi e oppositori.

Fra i Grandi del Mondo e della Regione, la Russia e l’Iran stanno chiaramente con al-Assad. Qui, Putin si gioca molto: interessi politici e militari, economici ed energetici: la mano pesante contro l’Is è una mano tesa ad Obama. Quanto agli iraniani, freschi di riammissione nel ‘salotto buono’ della diplomazia internazionale, dopo l’accordo sul nucleare, possono apertamente fare da spalla ad al-Assad, sapendo di essere anch’essi indispensabili a contenere il Califfo -in Iraq, senza il generale Soleimani e i suoi Pasdaran, gli jihadisti sarebbero forse già arrivati a Baghdad-.

Non che Putin e Khamenei siano pronti a ‘morire per Damasco’: loro vedono al-Assad nel futuro della Siria, ma se anche solo gli evitano la fine di Gheddafi è già qualcosa di positivo.

venerdì 18 settembre 2015

Usa 2016: repubblicani; dibattito, 5 verdetti e i voti di Trump & C.


Emette una raffica di verdetti, il secondo dibattito fra i 16 candidati alla nomination repubblicana per Usa 2016: 1) Donald Trump è il più mediatico e si conferma il più popolare del lotto; 2) ma ‘Donald il rosso’ per via dei capelli, potrebbe essere all’apice: di qui in avanti, è la tesi, andrà scemando perché il suo è un pubblico volatile, che ha bisogno d’essere sempre divertito e stupito; 3) Carly Fiorina può essere una anti-Trump; 4) e diventa pensabile un confronto per la Casa Bianca fra due donne, la Fiorina repubblicana e Hillary Clinton democratica; 5) è sempre più improbabile, invece, un match ‘stile dinasty’ tra la Clinton e Jeb Bush, che esce ancora male dal confronto e perde ulteriormente terreno.

Infine, ed è forse il punto più importante, i sondaggi a caldo dopo il dibattito sulla Cnn danno Trump vincitore davanti alla Fiorina: due imprenditori, due ceo, davanti ai politici. E l’altro ‘fuori dal coro’, l’ex neurochirurgo iper-conservatore, e l’unico nero, Ben Carson, va forte nei sondaggi. Ecco che il trionfo dell’anti-politica è servito pure negli Stati Uniti.

Ma la corsa è ancora lunga. Anzi, la corsa vera, con la conta dei delegati e non solo dell’audience, comincerà a febbraio nello Iowa: fino ad allora, se ci sono i soldi, bastano le chiacchiere. E a Trump non mancano né gli uni né gli altri.

Il secondo dibattito, nella biblioteca presidenziale di Ronald Reagan, a Simi Valley. in California, un ‘tempio conservatore’ con l’AirForceOne Anni ’80 sullo sfondo, è stato un ‘tutti contro Trump’. Lo hanno seguito in 22,9 milioni, contro i 24 milioni del 6 agosto per il match d’esordio sulla Fox da Cleveland. Di qui a gennaio, ce ne saranno altri 4, uno al mese.

Vediamo come sono andati i protagonisti:

Donald Trump 7 – In realtà, prende 8 in comunicativa e 4 per i contenuti, cui del resto nessuno presta attenzione. Ma la media non fa 6, perché il pubblico è con lui. Per rubare la scena ai rivali, ne accompagna gli interventi con smorfie e boccacce. Se la Fiorina gli dà del “bravo intrattenitore”, ma poco adatto a guidare l’America, Trump rilancia sfoggiando modestia: "Sono un bravo intrattenitore quanto un uomo d'affari eccelso. Ho fatto milioni di dollari e ho un carattere molto buono. Sono molto calmo, ma riuscirei a ed essere rispettato fuori dal Paese e andrei d’accordo con Putin". Se la prende con il presidente Obama, che “non ha coraggio”, mentre lui in Siria sarebbe andato, cioè ci avrebbe mandato l’esercito Usa.

Carly Fiorina 7 – A Cleveland, l’avevano messa in serie B. Qui, la neo-promossa fa la sua figura e sfrutta gli assist di Trump, che aveva detto che nessuno avrebbe votato “per una faccia così” –e che ora tenta una maldestra galanteria-: "Penso che le donne, in tutto il Paese, abbiano ben capito cosa ha detto il signor Trump", risponde all’ennesima battuta di sapore maschilista dello showman (“Carly è stata il peggior ceo della storia americana”).

Rand Paul 6 – Il senatore del Kentucky, libertario e figlio d’arte –nel 2012 era in corsa suo padre-, sfida Trump, che lo prende di petto: “Non dovrebbe stare qui” perché troppo in basso nei sondaggi. Paul gli dà dell’ "arrogante", che offende le persone per il loro aspetto. Trump non si scompone: "Non l'ho mai attaccata per il suo aspetto", replica, "eppure ce ne sarebbe da dire".

Mike Huckabee 6 – Queste non sono le sue serate: l’ex governatore dell’Arkansas, un predicatore, veterano delle campagne presidenziali, va meglio nei sondaggi che nei dibattiti, aspettando lo Iowa, che in genere gli dà forza e soddisfazione. Riesce a non sbagliare e Trump lo ignora.

Marco Rubio 5 – Il senatore della Florida, il più giovane del lotto, di origine cubana, fa poco, troppo poco. Ma il pubblico non lo boccia: segno che ‘regge lo schermo’. In attesa di avere qualcosa da dire, evita di farsi stritolare da Trump.

Jeb Bush 4 – L’ex governatore della Florida accetta il gioco delle provocazioni con Trump, che gli sta al fianco, a centro scena. Ricorda che Trump invitò i Clinton al suo matrimonio, accusandolo implicitamente di collusione col nemico. Trump, che lo giudica “soporifero”, lo canzona: "Finalmente un po' di energia: mi piace".  Jeb ammette di avere fumato marijuana “40 anni fa”. Ma, alla fine, quando si danno il 5, pare un passaggio di testimone.

I senza voto – Sono un bel gruppetto, a partire a Carson, che gioca a nascondino, come aveva già fatto a Cleveland. Fra quelli ‘invisibili’, tre potenziali protagonisti: Scott Walker, governatore del Missouri, Chris Christie, governatore del New Jersey, e Ted Cruz, senatore del Texas.

La serie B - Chi non si capisce che cosa stia a fare sul palco è John Kasich, governatore dell’Ohio, uno che manco lo conoscono nel suo Stato, figuriamoci nell’Unione. Lui dovrebbe stare in serie B, nel dibattito dei reietti, dove sono confinati gli ex governatori Jim Gilmore e George Pataki, l’ex senatore Rick Santorum, il governatore Bobby Jindal e il senatore Lindsey Graham. Rispetto a Cleveland, manca Rick Perry, che s’è ritirato. Ma nessuno lo nota.

giovedì 17 settembre 2015

Usa 2016: repubblicani; dibattito, la Fiorina emerge come anti-Trump

Scritto per La Presse il 17/09/2'015

E' Carly Fiorina l'anti-Donald Trump, nel dibattito televisivo fra i candidati alla nomination repubblicana a Simi Valley, in California. A questo punto, diventa persino possibile ipotizzare un confronto per la Casa Bianca, l'8 novembre 2016 fra due donne, la repubblicana Fiorina e la democratica Hillary Rodham Clinton. Sempre più improbabile, invece, un match 'stile dinasty' tra la Clinton e Jeb Bush, perché il figlio e fratello del 41o e 43o presidente degli Stati Uniti esce di nuovo male dal confronto e perde ulteriormente terreno.

Ma la corsa è ancora lunga. Anzi, la corsa vera, con la conta dei delegati e non solo dell'indice di gradimento davanti alla tv, comincerà a febbraio nello Iowa: fino ad allora, per andare avanti bastano i soldi, e le chiacchiere. A Trump, non mancano né gli uni né le altre. Ma lo showman, magnate dell'immobiliare, dà l'impressione -o, almeno, questa è la tesi di alcuni suoi antagonisti, in particolare il libertario Rand Paul che duella con lui più di spada che di fioretto- di avere ormai raggiunto il massimo dei consensi. Di qui in avanti, è l'idea, o la speranza, 'Donald il rosso', per via dei capelli, comincerà a stancare, perché il suo è un pubblico volatile, che ha bisogno d'essere sempre stupito e divertito.

E un presidente deve pure sapere fare altro. Trump, comunque, ieri sera, c'è riuscito di nuovo: ha vinto il secondo dibattito, come aveva vinto il primo in agosto a Cleveland, Ohio. I sondaggi a caldo pubblicati dopo il confronto sulla Cnn lo danno nettamente davanti alla Fiorina: due imprenditori, due ceo, prima del gruppo dei politici. E se si considera che il terzo 'fuori dal coro' della politica, il neurochirurgo in pensione, iper-conservatore, Ben Carson, l'unico nero, va alla grande nei sondaggi, ecco che il trionfo dell'anti-politica è servito pure negli Usa.

Il dibattito fra gli aspiranti alla nomination repubblicana, trasmesso in diretta dalla Cnn, dalla biblioteca presidenziale di Ronald Reagan a Simi Valley in California, un 'luogo di culto' conservatore, è stato un 'tutti contro Trump. Un rituale che potrebbe ripetersi negli altri quattro dibattiti previsti di qui a gennaio, uno al mese. Sullo sfondo dell'AirForceOne usato da Reagan, lui, Trump, il battistrada della corsa, non s'è tirato indietro, riservando boccacce e frecciate ai suoi rivali, anche se, alla fine, s'è dato un cinque con Jeb Bush, che stava alla sua sinistra. Invece, Carson è rimasto un po' in ombra.

Secondo la Fox, una tv all news conservatrice, Trump ha raccolto il 43,5% delle preferenze, seguito dalla Fiorina col 22,87%. Molto staccati tutti gli altri, a partire da Marco Rubio, senatore della Florida, il più giovane, terzo col 9,87%. Un flop di nuovo Jeb Bush che raccoglie solo il 3,27% delle preferenze. Un rilevamento 'lampo' di Drudge Report, meno affidabile come campione, vede avanti Trump col 54% seguito dalla Fiorina col 20%. Nessun altro in doppia cifra, Bush solo all'1%. ... di qui in avanti estratti del servizio del mattino ... 

Catalogna: le bandiere dell’Indipendenza sventolano pure a Roma

Scritto per Metro del 17/09/2015 

Anche Roma è stata, ieri, per un giorno, una piazza dell’indipendenza catalana: non che i circa 500 tifosi ‘blaugrana’ arrivati per la sfida di Champions fossero paragonabili alla folla di 500.000, secondo il governo spagnolo, o di un milione e quasi mezzo, secondo la polizia locale, che venerdì 11 ha partecipato a Barcellona alla marcia per chiedere la secessione della Catalogna. Ma molti fra i tifosi erano indipendentisti convinti.

Certo, lo sport, e il calcio, in particolare, che dello sport catalano è l’alfiere massimo, con la squadra a più riprese campione del Mondo, s’è spesso schierato per l’indipendenza: esempi, Peg Guardiola, che ora allena in Germania, e pure Piqué, che gioca in Nazionale, ma tifa Catalogna.

A dieci giorni dalle elezioni regionali del 27 settembre, le liste indipendentiste, nei sondaggi, sono avanti: avrebbero la maggioranza assoluta dei seggi, sfiorando i 70, ma non dei voti, fermandosi sotto la soglia del 45%.

In occasione della festa nazionale catalana della Diada, venerdì scorso, i manifestanti hanno invaso la Meridiana, il lungo nastro di 5 chilometri che attraversa Barcellona, sventolando le bandiere (guarda caso) giallorosse della Catalogna al grido di "Via Liuvre a la Republica Catalana" (cioè, via libera alla Repubblica catalana).

E la via, in effetti, si aprirebbe se il presidente catalano uscente, l’indipendentista Artur Mas, riuscirà a trasformare il voto del 27 in un plebiscito per la secessione. Quella dell’11 è stata la quarta maxi-manifestazione indipendentista negli ultimi quattro anni.

Che, poi, non sarebbe proprio così. Il premier di Spagna Rajoy, un popolare, ha già fatto sapere, forte di un parere della Corte Suprema, che la Costituzione vieta la secessione d’una regione e che lui, quindi, non riconoscerà mai l'indipendenza della Catalogna. Mas, invece, progetta un processo di secessione, che sfoci, in 18 mesi al massimo, in una dichiarazione d’indipendenza unilaterale.

Il referendum in Scozia ha già dimostrato che la via della secessione nel cuore dell’Ue è complicata e controversa. Ma le tensioni dell’immigrazione e l’inefficienza dell’Unione, oltre che degli Stati nazionali, a risolvere i problemi gonfiano le vele dell’anti-politica e alimentano le spinte a costruire piccole fortezze etnico-linguistiche, nell’illusione che esse possano meglio resistere alle pressioni della storia e della globalizzazione.

Usa 2016: repubblicani; dibattito, Trump fa smorfie, Fiorina prende applausi

Scritto per La Presse il 17/09/2015 e ripreso da www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

Ai punti, e alle smorfie, ha magari vinto ancora lui, Donald Trump, anche se il verdetto che conta verrà dalle risposte degli elettori. Ma l’ovazione del pubblico se l’è meritata Carly Fiorina, l’ex ceo della Hp, quando è sbottata: "Penso che le donne, in tutto il Paese, abbiano ben capito cosa ha detto il signor Trump", rispondendo all’ennesima battuta di sapore maschilista del magnate dell’imprenditoria e showman (“Carly è stata il peggior ceo della storia americana”). Trump l’aveva recentemente messa alla berlina per l’aspetto fisico.

Il secondo dibattito fra gli aspiranti alla nomination repubblicana, trasmesso in diretta dalla Cnn, dalla biblioteca presidenziale di Ronald Reagan a Simi Valley in California, un ‘luogo di culto’ conservatore, è stato un ‘tutti contro Trump’. Sullo sfondo dell’AirForceOne usato da Reagan, lui, Trump, il battistrada della corsa, non s’è tirato indietro, riservando boccace e commenti pure aspri ai suoi rivali, anche se, alla fine, s’è dato un cinque con Jeb Bush, che stava alla sua sinistra.

Invece, Ben Carson, il neurochirurgo in pensione, l’unico nero del lotto, è rimasto un po’ in ombra, nonostante talloni Trump nei sondaggi.

Per rubare la scena ai rivali, quando tocca loro parlare, Trump ne accompagna gli interventi esibendosi in smorfie esilaranti. E li attacca apertamente: "Innanzitutto Rand Paul non dovrebbe trovarsi su questo palco: è il numero 11", dice del senatore del Kentucky, perché i partecipanti sono 11 (e non 10, come a Cleveland in agosto nel primo dibattito), selezionati fra i 16 aspiranti in lizza in base agli indici di popolarità nella media dei sondaggi. Paul risponde dandogli dell’ "arrogante", che offende le persone per il loro aspetto. Trump non si scompone: "Non l'ho mai attaccata per il suo aspetto", replica, "eppure ce ne sarebbe da dire su questo tema".

Quando la Fiorina, l'unica donna in corsa tra i repubblicani, gli ha dato del “bravo intrattenitore”, ma poco adatto a guidare gli Stati Uniti (“Ho molta fiducia nel buon senso degli elettori d'America”), Trump ha rilanciato sfoggiando la sua modestia: "Sono un bravo intrattenitore quanto un uomo d'affari eccelso. Ho fatto milioni di dollari e ho un carattere molto buono. Sono molto calmo, ma riuscirei a ed essere rispettato fuori dal Paese e andrei d’accordo con Putin", ha ribattuto. Se l’è poi pesa con il presidente Obama, che “non ha coraggio”, mentre lui in Siria sarebbe andato, nel senso che avrebbe mandato l’esercito Usa.

Il duello più atteso era quello con Jeb Bush, che, a giudizio degli osservatori, resta uno dei favoriti alla nomination, nonostante l’appannamento nei sondaggi. I due si sono vicendevolmente provocati. L'ex governatore della Florida ha ricordato che Trump invitò i Clinton al suo matrimonio, accusandolo implicitamente di collusione col nemico (Hillary Clinton è la potenziale candidata democratica alla Casa Bianca). Lui ha replicato che come uomo d'affari deve frequentare tutti. E poi ha canzonato Jeb: "Finalmente un po' di energia: mi piace", riferendosi ai suoi discorsi "soporiferi".

Ma quando Trump ha criticato suo fratello presidente, George W. Bush, Jeb è stato pronto: “D’una cosa può stare certo, ha tenuto il Paese al sicuro” dopo l’11 Settembre 2001. Jeb ha pure aggiunto un tocco personale, ammettendo di avere fumato marijuana “40 anni fa”. (LaPresse - gp)

mercoledì 16 settembre 2015

Usa 2016: repubblicani; dibattito, la Fiorina promossa in serie A

Scritto per La Presse il 16/09/2015

Una sola promossa in serie A, la manager ed unica donna del lotto Carly Fiorina, incomprensibilmente relegata in serie B in agosto a Cleveland, Ohio. E nessun retrocesso. C’è posto per 11 sul palco allestito dalla Cnn a Simi Valley, California, la località della biblioteca presidenziale di Ronald Reagan, per il secondo dibattito in diretta tv fra gli aspiranti alla nomination repubblicana per Usa 2016.

Altri quattro dibattiti seguiranno, uno al mese, di qui a gennaio, prima dell’inizio delle primarie vere e proprie, a febbraio, con i voti nello Iowa e nel New Hampshire, nel Nevada e in South Carolina.

Il battistrada - ormai non più a sorpresa - della corsa repubblicana, Donald Trump, magnate dell’immobiliare e showman, avrà alla sua destra Ben Carson, un neuro-chirurgo in pensione, ultra-conservatore, l’unico nero, e alla sua sinistra Jeb Bush, il favorito fino all’estate, ormai sceso sotto il 10% nei sondaggi. Da sinistra a destra, ci saranno Rand Paul, Mike Huckabee, Marco Rubio e Ted Cruz; poi Carson, Trump, Bush; e infine Scott Walker, la Fiorina,  John Kasich, Chris Christie.

Gli 11 candidati si affronteranno a cominciare dalle 17.00 ora locale (le 20.00 sulla Costa Est, le 2 di notte in Italia). Prima, avranno spazio gli altri 5 candidati repubblicani, meno conosciuti:  gli ex governatori Jim Gilmore e George Pataki, l’ex senatore Rick Santorum, il governatore Bobby Jindal e il senatore Lindsey Graham.

In agosto, il primo dibattito sulla Fox News ottenne 24 milioni di telespettatori, un’ottima audience per un evento non sportivo.

Al secondo dei loro sei dibattiti televisivi, i repubblicani arrivano con una situazione molto diversa da quella del mese scorso, quando Trump era già in testa, ma davanti al duo Bush-Walker. Ora, invece, sono due 'outsiders' a dominare la corsa alla nomination, almeno temporaneamente, mentre il campo dei contendenti s’è ridotto di uno con l’uscita di scena scontata di Rick Perry, rimasto senza un soldo, oltre che senza idee, ma resta molto ampio -16 gli aspiranti in lizza-.

I sondaggi più recenti indicano che a insidiare il primato di Trump, uscito vincitore, nonostante dubbi dei media, dal primo dibattito, è Carson, che nelle ultime settimane ha guadagnato terreno nella considerazione degli elettori, salendo al secondo posto.

Due non politici, dunque, davanti a tutti i politici di ruolo: una considerazione che testimonia l’avanzata, anche negli Usa, della ‘anti-politica’. E il calo di Jeb Bush fa il paio con le difficoltà che incontra, fra i democratici, Hillary Rodham Clinton, altra icona della politica statunitense ...

Resta l’impressione diffusa che né Trump né Carson conquisteranno la nomination, ma non saranno neppure meteore nella corsa: con loro, alle primarie, bisognerà fare i conti. Trump polarizza –troppo?- l’opinione pubblica negli Stati Uniti: lunedì, ci sono stati incidenti e tafferugli nel centro di Dallas in Texas, durante un suo comizio. Centinaia di ispanici protestavano contro le posizioni sull'immigrazione del magnate, che vuole mettere fine all’immigrazione illegale, alzare un muro tra Texas e Messico e insulta i ‘latinos’.